In nome del padre
- Margherita Pogliani

- 2 giorni fa
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"In nome del padre": quante volte le abbiamo sentite risuonare in chiesa, in famiglia, dentro di noi come un'eco che non si spegne?
C'è stato un tempo in cui la voce di mio padre mi fermava sul posto. E quando la voce non bastava, urlava. E quando urlava non finiva sempre lì. Un ceffone arrivava rapido, senza troppi preamboli, come una sentenza già scritta. Ma il vero potere non stava nelle mani. Stava nelle sopracciglia. Bastava vederle aggrottarsi — quel millimetro di contrazione — per paralizzarmi. Tutto il resto del mondo smetteva di esistere.
Comportati da grande.
Era il suo imperativo. Secco, definitivo, senza manuale di istruzioni allegato. Da bambina lo vivevo come una condanna: grande quanto? Grande come chi? Nessuno ti spiega cosa vuol dire essere grande quando hai ancora le ginocchia sbucciate e il mondo ti sembra troppo largo per starci dentro intera.
Poi arriva un giorno — non so dire quale, non ha una data — in cui la prospettiva si sposta. Da padre torna a essere papà. Papà Enrico.
Non cambia lui. Cambio io.

E la vita mi riporta davanti agli occhi una foto. Lui sdraiato sull'erba, io sollevata verso il cielo con le sue mani tese, entrambi che ridiamo. Nessuno dei due si ricorda di essere grande. In quella foto non c'è l'imperativo — c'è solo il volo.
E capisco che quel volo non è mai davvero finito. Si era solo nascosto sotto anni di sopracciglia aggrottate e silenzi pesanti, in attesa che imparassi a cercarlo.
Ho cominciato da tempo a vedere l'uomo oltre il padre. La sua storia oltre la sua autorità. Le ferite che non ha mai mostrato, perché nessuno gli aveva insegnato che si potevano mostrare. Ho capito che quell'imperativo — comportati da grande — non era crudeltà: era il solo modo che conosceva per dirmi il mondo è duro e voglio che tu sia pronta. Era la sua forma di amore. Angolosa, difficile da abbracciare. Ma amore.
Oggi ho ancora la fortuna — e uso questa parola con piena consapevolezza — di festeggiare questa giornata in presenza. Di sedermi a tavola con lui. E quello che vedo non è più il giudice che credevo: è un uomo dall’intelligenza e dalla curiosità disarmante, che ancora si meraviglia delle cose, che ha attraversato tempeste con una forza che non sapevo riconoscere perché ero troppo occupata a temerla. Un uomo con un’energia inossidabile, capace di generosità silenziosa, di esserci — davvero esserci — quando ho bisogno. Senza troppe parole. Senza cerimonie. Presente. Sempre presente.
Elaborare il padre non significa cancellarlo o assolverlo. Significa tradurlo.
È un lavoro lungo, a volte scomodo. Richiede di tornare indietro con occhi diversi, di sedersi con la bambina che eri e dirle, finalmente:
Grazie. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie. Grazie per la paura che hai gestito invece di fuggire, trasformandola in opportunità. Grazie per essere stata così spietata rendendomi quella che sono oggi, innalzando quell'autogiudizio feroce come uno scudo per i colpi che temevi dagli altri. Grazie per esserti presa cura di quella bambina che voleva solo giocare, volare, perdersi nel mondo della fantasia — e che qualcuno continuava a richiamare all'ordine. Grazie perché ci sei sempre stata. E oggi, insieme, possiamo riscrivere anche il passato — amando come chi ha imparato ad amare davvero. Davvero nonostante.
Quello che mi porto dentro non è solo una caratteristica: è un'eredità viva. La sua capacità di affrontare qualsiasi problema e trasformarlo in progetto. La resilienza. La tenacia. Una forza che non si vanta ma non si piega. E poi quella curiosità — aperta, instancabile, sempre in movimento verso la conoscenza — che mi ha insegnato che il mondo è un posto da capire, non solo da subire.
E allora mi fermo su una domanda che non ha risposta facile:
Sono i padri a formarci — con le loro sopracciglia, i loro imperativi, la loro forza e i loro limiti — o siamo noi, crescendo, a formare l'idea del padre che ci serviva per diventare chi siamo? Per imparare a volare?
La lascio aperta. Come si fa con le domande vere.
Intanto, buona festa del papà. A chi c'è ancora. A chi non c'è più. A chi stiamo ancora imparando — con riconoscenza — ad amare.



Grazie, grazie Marghe, non merito tutti questi complimenti, ma grazie lo stesso per l'amore che esprimi. papà