Basta resistenza. Torniamo a fiorire
- Margherita Pogliani

- 2 giorni fa
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Resisto. Resisto. Resisto. Resisto. Resisto. Resisto.
Che esistenza è continuare a resistere, nemmeno fossi sempre in guerra?
Eppure, fino a ieri la vita mi è sembrata una resistenza, più che un’esistenza.
Una resistenza armata di mimetismo con cui celavo, sotto un sorriso inossidabile quella vergogna scarlatta che mi logorava: la vergogna di non aver saputo salvare chi amavo, di sentirmi finita mentre il mondo continuava a correre, di essere fragile proprio quando pensavo di dover essere acciaio, di cedere alla stanchezza, di sentirmi "meno" perché il dolore mi aveva svuotata.
Certo, ho passato gli ultimi anni - non giorni, anni - in stato di allarme ed emergenza continua: prima la pancreatite di Guido, le notti in ospedale, i pronto soccorsi, le terapie intensive, le micro riprese e gli immani crolli, il cellulare sempre acceso, lo stato d’allerta sempre attivato. La battaglia persistente per tenerlo in vita, per tenerci in vita, per dare un senso a quella vita. Poi il lutto, anzi, i lutti esplosi per ciascuno di noi informa diversa: con la pacificazione, con la rabbia, con la negazione, con la depressione. Con uno strisciante e tossico senso di impotenza, di inspiegabilità, di accettazione più formale che reale. Infine, le complicanze che emergono furiose e roboanti: i sensi di colpa, i “forse avrei dovuto…”, la gestione di una quotidianità che sembra appesa a un filo, in bilico tra la povertà e l’oblio, l’esigenza di lavorare e la mancanza di forze, l’illusione e la disillusione.
Rapaci con il becco famelico pronti a saziarsi con gli avanzi di quei cadaveri che sembravamo esser diventati. E il buio. Quel buio sordo a ogni sentire, quel buio che cancella ogni riferimento, quel buio che inghiotte anche il buon senso. Ed è stato proprio quando ho toccato il fondo che quel buio mi ha restituito un’emozione che speravo di aver lasciato nei meandri della mia infanzia: la vergogna.
La vergogna per non aver retto inossidabile e positiva come credevo di essere, la vergogna per la stanchezza, per i dolori che si accumulano ogni giorno quasi il corpo volesse urlare il suo stato di irrealtà. La vergogna rosso scarlatto. Più scura e oscura della passione. Più tenace e scaltra del senso di colpa. Più infida e mimetizzata di un astuto camaleonte. La vergogna di non saper più resistere e – forse – di non aver mai saputo esistere.
Nessun vittimismo, per carità. Solo un pizzico di onestà, sebbene per simili emozioni, così primarie e così corrosive, a ben poco serva la ragione.
“È una sensazione atavica”, ho detto a un’amica che intuisce l’opportunità anche laddove chiunque altro vede solo ineluttabilità. “Atavica?”, mi ha domandato aggiungendo subito: “Perché, sai, atavica significa che c’è da sempre, paradossalmente ci perseguita da una vita intera, ben prima che la vita come la intendiamo prendesse forma. Ci si può lavorare su, se vuoi”. Il mio sguardo si è fatto sospettoso, poi incuriosito, intuendo un barlume di speranza in quella macchia rosso scarlatto che mi divorava l’anima. Ci abbiamo lavorato su con una costellazione regressiva profonda, toccante, trasformativa. Non voglio né posso raccontare la mia esperienza ma il risultato sì, perché è stra-ordinario: la fine di una guerra interiore, la rinuncia ad assumermi sensazioni ed esperienze che appartengono a un passato “atavico”, la scelta di sanare una situazione di disequilibrio per entrare in uno stato di pace. Di accettazione. Di esistenza e non più resistenza. Ho capito che per anni sono stata come una diga: ho trattenuto tonnellate di dolore per paura di crollare, ma una diga che trattiene tutto diventa un muro morto.

Oggi scelgo di essere altro. Penso alle margherite che mi accarezzarono il viso una volta in cui mi lasciai cadere a terra. Al papavero che spacca l'asfalto: non è una fioritura gentile da giardino curato, è un atto di ribellione. Resistere significa restare chiusi nel seme, schiacciati dal peso del bitume e del grigio, sopravvivendo alla pressione. Esistere, invece, è lo sforzo brutale e meraviglioso di forzare quella crosta, di cercare la luce anche quando tutto sopra di te dice che è impossibile. Il papavero, come a margherita non chiede permesso alla strada: semplicemente, fiorisce.
In questa fioritura, anche quel rosso scarlatto della vergogna ha cambiato natura. Non è più il colore del fallimento nascosto nell'ombra, ma si è trasmutato nel colore di una nuova vitalità. Attraverso la pacificazione, quella macchia corrosiva è diventata accettazione: ho smesso di vergognarmi della mia fragilità per farne la mia bandiera. La vera forza non è stata restare inossidabile, ma avere il coraggio di mostrarmi al mondo così come sono — segnata, sì, ma finalmente intera.
Come scriveva Victor Frankl, ci può essere tolto tutto, tranne la libertà di scegliere il proprio atteggiamento. La mia scelta oggi è la trasparenza. Se la resistenza è stata l'apnea per non annegare, l'esistenza è il primo respiro che ti brucia i polmoni, ma ti dice che sei viva. La ferita resta, ma non è più il filo spinato che recinta il mio mondo: è solo il segno di dove la vita ha lottato furiosamente, prima di ricominciare, finalmente, a fiorire.



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