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"Andrà tutto bene": davvero?

  • Immagine del redattore: Margherita Pogliani
    Margherita Pogliani
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Mentre scrivo, in Europa si spara. Da tre anni. La guerra più sanguinosa sul continente dalla Seconda guerra mondiale — e noi ci siamo quasi abituati. Lo scrolliamo via insieme alle altre notifiche.

Da quattro giorni è iniziata un'altra guerra, nel Mediterraneo. Nel 2023 sono morti 4,8 milioni di bambini sotto i cinque anni per cause prevenibili. Tredicimila al giorno. Per mancanza di vaccini, acqua pulita, cure che già esistono.

Sei anni fa eravamo alle finestre con gli arcobaleni e ci promettemmo che nulla sarebbe tornato come prima.

Eppure. è tornato tutto come prima.

Peggio: ci siamo vaccinati anche contro l'indignazione. Siamo diventati efficienti nel guardare altrove — veloci, quasi eleganti.

Historia Magistra Vitae? In che film? Lei ci ha già dato tutte le risposte, e noi le abbiamo ignorate. Ogni volta. Con una costanza che sarebbe ammirevole, se non fosse tragica. La storia non è un archivio di morti e date. È uno specchio — e quello specchio ci mostra che le civiltà sono andate meglio non quando la gente ha smesso di soffrire, ma quando ha scelto di trasformare la sofferenza in insegnamento. In azione. In cura.

Noi quella scelta l'abbiamo fatta una volta. Poi l'abbiamo dimenticata.

E allora oggi ho bisogno di parlare con qualcuno che si rifiuta di guardare altrove. Che sale su un palco e racconta la storia non per raccontarcela, ma per restituirle l'unico ruolo che conta: insegnarci chi possiamo ancora scegliere di diventare. E perché diventa sempre più urgente farlo con responsabilità.

Paolo Colombo fa questo: è Professore Ordinario di Storia all'Università Cattolica di Milano — ma questa è la definizione più piccola che si possa dare di lui. Da vent'anni porta la storia fuori dalle aule con il metodo che ha inventato e battezzato History Telling: ricerca accademica rigorosa trasformata in narrazione viva, accompagnata da disegni dal vivo, musica, testimonianze. Non è teatro. Non è lezione. È qualcosa che non esisteva prima — e che ti entra dentro in un modo per cui le date, per una volta, non c'entrano niente.

"L'obiettivo - mi aveva spiegato quando ci siamo conosciuti - è sfidare il luogo comune che la storia sia noiosa. Dimostrare che la narrazione crea miti. E i miti uniscono le persone — non perché le rendano uguali, ma perché le emozioni aiutano a comprendere la dimensione umana di ciò che è accaduto. Ma serve trasparenza totale." E poi aveva aggiunto qualcosa che mi rimane tuttora addosso:

"Non esiste lo storico oggettivo. Esistono solo storici onesti. Io non nascondo mai la mia posizione. Ma la mia posizione non è un'opinione qualsiasi: è il risultato di anni di ricerca, di confronto con le fonti, di tentativi di capire prima di giudicare. La Storia è lo specchio in cui guardiamo per capire chi siamo ora. Se quello specchio è distorto — se scegliamo di mostrarci solo le parti che ci piacciono — ci perdiamo."

Storico onesto invece di storico oggettivo. La distinzione mi sembra urgentissima in questo preciso momento storico. Viviamo nell'epoca in cui ogni fatto ha la sua contro-narrativa, ogni verità la sua versione alternativa, ogni specchio il suo filtro. L'onestà — il coraggio di dire "questa è la mia posizione e so perché ce l'ho" — è una forma di resistenza. Forse la più necessaria. Perché ci permette di ricordare, di riportare al cuore per trasformare ferite che in tanti abbiamo preferito ignorare. Come il periodo del Covid.


"Lo sai cosa mi ha colpito di più? - mi domanda Paolo - Quanto velocemente abbiamo scelto di dimenticare." Non quanto velocemente abbiamo dimenticato. Quanto velocemente abbiamo scelto di farlo. La distinzione mi colpisce come un sasso nell'acqua ferma.

Paolo ha perso Lorenzo. Amico di una vita, compagno di liceo — lui era Sparta, Paolo era Atene. Il 23 ottobre 2020 lo ricoverano. Due settimane dopo una "complicanza" se lo porta via. Paolo non ha potuto vederlo. Non gli ha potuto tenere la mano.

"Quindi non salgo su quel palco per dimenticare. Salgo per ricordare tutto. Anche gli infermieri che Lorenzo definiva 'santi' — 'Riconosci solo gli occhi', mi scriveva. Vorrei che ricordassimo anche i santi."


Le storie che scegliamo di raccontarci determinano chi siamo.

Paolo parla di epigenetica — quel sorriso che ha quando sta per collegare mondi lontanissimi.

"Il DNA non è un dato fisso. I geni che determinano chi siamo possono essere attivati o disattivati da ciò che viviamo. Soprattutto da quello che ci raccontiamo di essere."

Non siamo prigionieri di un'identità scritta prima che nascessimo. Siamo quello che scegliamo di raccontarci. E questo vale per le persone, per le comunità, per le nazioni.

"Durante il lockdown ho visto infinite volte persone fare la fila con pazienza, rispetto, lasciando passare avanti gli anziani. E mi sono chiesto: noi italiani non eravamo quelli che saltano le file? Ma è davvero solo questa la storia che vogliamo raccontarci?"

Viviamo in un momento in cui il racconto collettivo si è spaccato in mille versioni, ognuna convinta di essere l'unica vera. Le democrazie si erodono anche attraverso le storie che scelgono di non raccontare. La domanda che Paolo mi sta facendo — senza dirla — è: chi vogliamo essere nel racconto che faremo di noi?


La storia come maestra? Sta tutto nella nostra responsabilità di incorporarla

"La storia ci ha già mostrato cosa succede quando si sceglie di non imparare" — dice, con quella precisione tranquilla che ha quando entra nel cuore delle cose. "Le grandi tragedie del Novecento non sono cadute dal cielo. Sono state precedute da scelte. Piccole e grandi. Collettive e individuali. Il punto non è essere catastrofisti — è capire che noi siamo sempre dentro la storia. Sempre. Anche quando pensiamo di essere spettatori."

Penso alle tredicimila morti al giorno. A come il modo in cui le raccontiamo — o non le raccontiamo — determina cosa faremo domani. Se diventano maestra o solo statistica dipende da noi.

"Chi racconta la storia contribuisce a modellare la percezione del passato — e quindi del futuro. Non possiamo permetterci di tenerla leggera."


"Andrà tutto bene" — davvero?

Glielo chiedo direttamente. Paolo non risponde subito. E questo mi piace: le risposte che arrivano subito sono quelle che si sono smesse di sentire.

"Non era uno slogan. Era una promessa. E le promesse fatte nel dolore sono difficili da mantenere quando il dolore passa — o quando cerchiamo di farlo passare in fretta. Ma è ancora una scelta. Ogni giorno. Non un augurio passivo: è vedere il disastro, guardarlo negli occhi, e scegliere comunque di costruire."

Mi viene in mente Shackleton, altro spettacolo straordinario di Paolo con Michele Tranquillini che illustrava dal vivo l'epopea. Ventotto uomini intrappolati nel ghiaccio, nessuna via d'uscita evidente. Scelsero di resistere insieme. Ce la fecero tutti.

Ma mi vengono in mente anche le persone che attraversano il Mediterraneo su barchette che non potrebbero galleggiare. Non tutte le storie finiscono come quella di Shackleton. Come si dice "andrà tutto bene" senza che diventi un anestetico?

"Non esiste lo storico oggettivo. Esistono solo storici onesti. La Storia è lo specchio in cui guardiamo per capire chi siamo. Se quello specchio è distorto — se scegliamo di mostrarci solo le parti che ci piacciono — ci perdiamo."

Storico onesto invece di storico oggettivo. In un'epoca in cui ogni verità ha la sua versione alternativa, questa distinzione è diventata una forma di resistenza.


Anche io ho corso a recuperare il tempo perduto, come tutti. Ho dimenticato, come tutti. Ho scrollato via le notizie che facevano troppo male per essere abitate. Ma c'è un altro modo per far sì che non diventino cenere, bensì terreno fertile.

"Andrà tutto bene" — mi dice alla fine — "non è una previsione meteorologica. Non è una garanzia. È un atto di volontà. È dire: scelgo di essere parte di ciò che migliora le cose, non di ciò che le peggiora. Scelgo di vedere le persone nella loro complessità. Scelgo di credere che quel secondo sia possibile. E scelgo di raccontarlo, perché le storie che raccontiamo diventano le persone che diventiamo."

È radicale. E forse è l'unica forma di coraggio che ci rimane. Che abbiamo il dovere — verso chi non c'è più, verso i tredicimila bambini di ieri, verso noi stessi alle finestre con gli arcobaleni — di esercitare ogni giorno.


Il 16 marzo al Teatro Filodrammatici Paolo porta in scena "Andrà tutto bene - Storie di resilienza ai tempi della Pandemia". Andiamoci, non per dovere culturale. Andiamoci perché abbiamo bisogno di ricordare insieme — nel buio della sala, con altre persone che respirano accanto a noi, con la stessa fragilità e la stessa possibilità. Perché la storia, per insegnare davvero, ha bisogno di essere ascoltata in presenza. Con il corpo, non solo con gli occhi.

Andiamo per ricominciare a fare quella promessa. Non con l'arcobaleno sul balcone questa volta. Con qualcosa di più difficile e più duraturo: la scelta quotidiana — consapevole, faticosa, necessaria — di essere le persone che ci eravamo promessi di diventare.

La storia ci ha dato tutti gli strumenti. Li ha già dati. Tocca a noi usarli.


"Andrà tutto bene — Storie di resilienza ai tempi della Pandemia" · Teatro Filodrammatici, Milano · 16 marzo 2026, ore 21:00

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©MargheritaPogliani 2019

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