MMMMMamma
- Margherita Pogliani
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Provate a dirla così, lentamente. Con tutte quelle emme davanti. Sentite come la bocca si chiude e si apre, come un respiro che torna. Come le labbra di un neonato che cerca.
Mamma è la prima parola che impariamo non perché qualcuno ce la insegni. È perché il corpo la sa già . Prima ancora del pensiero. È suono prima di essere significato. È calore prima di essere nome. È il primo luogo che abbiamo abitato. L'unico che non scegliamo — e che, in un certo senso, non abbandoniamo mai del tutto.
E poi — quasi sempre — smettÃamo di sentirla così. La trasformiamo in una voce da chiamare quando serve e da non ascoltare quando scomoda. In una presenza data per scontata, come l'aria. In un deposito di aspettative non dette, di ferite mai nominate, di colpe distribuite con quella generosità distorta che solo in famiglia si trova davvero.
Io lo so bene. Ho impiegato anni a capire quanto le avevo chiesto di essere — e quanto poco mi ero fermata a vedere chi era, prima di diventare mia madre.
Oggi voglio fermarmi. Davvero fermarmi. Non per ammirare fiori o bigliettini — che sono belli, per carità . Ma per guardare in faccia quello che la parola madre contiene davvero. Quello che pesa e quello che illumina. Quello che ci ha date e quello che, nel darsi, ha consumato.
La figura della Madre è la più grande che esista.
Non lo dico per retorica. Lo dico perché una madre — quella biologica, quella adottiva, quella di cuore, quella che ha scelto di esserci anche senza dovere — porta qualcosa che nessuna altra relazione umana richiede nella stessa misura: il dono totale di sé prima ancora di sapere chi riceverà quel dono.
Una madre non sa chi sarà suo figlio. Non conosce il suo carattere, i suoi sogni, le sue resistenze, il modo in cui la guarderà negli anni difficili. Eppure sceglie — o accoglie, o lotta per avere — quella vita. A scatola chiusa. Con una fiducia nel futuro che non ha paragoni nell'esperienza umana.
Io ho lottato dieci volte per diventare madre. Dieci tentativi. Dieci speranze riaperte e dieci dolori richiusi. Dieci volte la fede messa alla prova e dieci volte ritrovata — non uguale a prima, ma più profonda, più onesta, più costata. E poi cinque settimane immobile su un letto d'ospedale, con tre vite che si completavano dentro di me, a contare le ore come monete preziose. A imparare che l'attesa non si sopporta — si onora. Che restare ferma era il gesto più attivo che potessi fare.
In quelle settimane ho capito una cosa che non avevo ancora capito davvero: mia madre aveva fatto la stessa cosa. Non identica, nei dettagli. Ma identica nella sostanza. Aveva scelto. Aveva aspettato. Aveva dato prima di sapere. Aveva fatto del suo meglio con quello che aveva — gli strumenti, la storia, le paure, i silenzi che le erano stati consegnati a loro volta, da qualcun'altra prima di lei.
E in quel letto d'ospedale, mentre imparavo a ricevere cura — i cestini di mia madre che arrivavano puntuali, la sua presenza silenziosa e costante, il suo non chiedere niente mentre dava tutto — ho capito che la riconoscenza non è un sentimento che si sente. È una pratica. È uno sguardo che si allena. È la scelta, ripetuta ogni giorno, di vedere.
Siamo sempre, prima di tutto, figlie.

Dentro ognuna di noi vive ancora quella bambina che aspettava di essere vista, scelta, tenuta. Quella bambina che correva verso una porta e spiava se la luce della cucina era accesa — perché se la luce era accesa, lei c'era. E se lei c'era, il mondo era al suo posto.
A volte la ignoriamo per decenni, quella bambina. La mandiamo avanti, la facciamo lavorare, la carichiamo di responsabilità adulte. A volte la investiamo dei nostri desideri irrisolti — di riconoscimento, di successo, di un amore che ci tenga finalmente ferme — come se lei potesse portarli. Non può. È una bambina. Ha bisogno di essere accolta, non mandata avanti.
Diventare madri — di figli propri, o di noi stesse, che è la maternità più difficile e più necessaria — comincia da lì. Da quella bambina interiore che guarda verso di noi e aspetta di sentirsi dire: ci sono. Ti vedo. Vai bene così.
Essere madri di noi stesse significa darle quella risposta. Significa smetterla di aspettarla da qualcun altro — da un compagno, da un figlio, da un riconoscimento professionale che arrivi a tappare quel vuoto. Significa capire che la cura che cerchiamo fuori, la dobbiamo prima imparare a darci dentro.
Non è egoismo. È la condizione necessaria perché la cura possa circolare. Chi non sa ricevere spezza il cerchio. Chi non sa accogliere se stessa non riesce davvero ad accogliere gli altri — non in modo pieno, non in modo libero.
La mamma che abbiamo avuto ha fatto del suo meglio.
So che non è scontato sentirsi dire così. So che alcune mamme hanno sbagliato. Profondamente, a volte. E che le loro mancanze hanno lasciato tracce reali — non immaginarie, non ingigantite dalla sensibilità . Tracce che si portano nel corpo, nel modo di stare in relazione, nel riflesso condizionato con cui reagiamo ancora, da adulte, a certi toni di voce o a certi silenzi.
Ma so anche — e lo so perché sono madre, e ogni giorno mi misuro con i miei limiti — che dietro quasi ogni mancanza c'è una storia non raccontata. Una solitudine non detta. Una ferita portata in silenzio attraverso generazioni. Un amore espresso nella forma sbagliata perché quella era l'unica forma che conosceva, perché nessuno gliene aveva mostrata un'altra.
Le madri non vengono al mondo già madri. Diventano madri — come noi diventiamo figlie, come tutti diventiamo qualcuno — attraverso l'esperienza. Attraverso l'errore. Attraverso la notte che non finisce e il giorno che ricomincia lo stesso.
Nostra madre ci ha date alla luce con quello che aveva. Con la sua storia, i suoi strumenti, le sue paure, i suoi sogni che forse non si erano avverati e che forse, in silenzio, aveva depositato su di noi — non per farci del male, ma perché non sapeva dove altro metterli.
Se oggi siamo qui — capaci di fare domande, di cercare, di crescere, di scegliere — è anche grazie a lei. Anche se non è stata perfetta. Soprattutto perché non è stata perfetta. Perché è stata umana. E l'umanità — quella vera, quella che non si nasconde — è il dono più utile che una madre possa fare a una figlia.
Il genitore perfetto non esiste. Non è mai esistito. E forse — mi azzardo — non sarebbe nemmeno utile. Esiste il genitore che ci ha viste, anche in modo imperfetto. Che ha detto il nostro nome, anche solo una volta, nel modo giusto. Che è rimasto, anche quando era difficile restare.
Siamo sempre in tempo.
Che nostra madre sia vicina o lontana. Viva o già altrove. Siamo sempre in tempo a riconoscerla.
In tempo per il pensiero che le mandiamo in silenzio, senza destinatario visibile ma non per questo meno reale. In tempo per il perdono — a lei, e a noi stesse — per tutti gli anni in cui l'abbiamo investita di ciò che era nostro da portare. Per quando abbiamo preteso che leggesse nella mente. Per quando abbiamo fatto finta che non avesse bisogno di niente, perché era più comodo così. Per quando l'abbiamo ignorata, distratte dalla nostra vita urgente, senza sapere — o senza voler sapere — che l'urgenza aveva un nome e quel nome era lei.
Siamo in tempo per la gratitudine. Non quella educata, da bigliettino. Quella vera, che riconosce: senza di te non ci sarei. Non solo biologicamente. Nel modo in cui mi muovo nel mondo, nel modo in cui amo, nel modo in cui lotto, nel modo in cui — anche quando sbaglio — so che vale la pena riprovare. Tutto questo porta la tua impronta. Tutto questo ti appartiene.
Mmmmmamma. Il suono torna. Chiude e apre. Come un respiro. Come un inizio che non smette mai, del tutto, di ricominciare.
Buona festa a tutte le madri. A quelle che tengono figli in braccio. A quelle che tengono ancora la mano di una madre. A quelle che tengono in cuore chi non c'è più. A quelle che hanno lottato — dieci volte, cento volte — per diventarlo. E a tutte — nessuna esclusa — che stanno imparando, un giorno alla volta, a tenere se stesse.