Luci e ombre
- Margherita Pogliani

- 7 minuti fa
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Ennesimo, imminente compleanno. E mentre il tempo fa il suo lavoro sottile — aggiungere rughe, togliere certezze, regalare una strana forma di leggerezza — mi ritrovo a soffermarmi su luci e ombre di tutti questi anni, pensando non a dove sto andando, ma dove tutto è cominciato a cambiare.
Long, long time ago... Nel mio Medioevo, nelle mie medie. Quel territorio di mezzo in cui non sei più bambina e non sei ancora niente di definito. Quel limbo fatto di corpi che si trasformano troppo in fretta o troppo lentamente, di voci che si spezzano, di sguardi che non sanno ancora dove posarsi. Lo avevo rimosso, quel periodo. O forse lo avevo semplicemente impastato dentro tutto il resto, come si fa con le cose che ci hanno formato senza chiederci il permesso.
Poi la vita, che ha il suo modo impeccabile di riportarti esattamente dove devi stare, mi ha messa dietro una cattedra. Supplente di italiano, storia, geografia e educazione civica in una seconda media. E lì, tra banchi incisi e zaini troppo pesanti, ho rivisto me stessa. Quella ragazzina che cercava leggerezza e sentiva la pesantezza del senso del dovere, quella bimba che giocava a fare la grande, trovando solo domande senza risposta.
E soprattutto, ho rivisto quella scelta — la scelta che nessuno insegna a fare a dodici anni, ma che influenza le sfumature di tanto che verrà: dove posare lo sguardo? Sulle luci o sulle ombre?
Perché le ombre ci sono, a quell’età. Ci sono sempre ma in quella fase della vita eccome se si vedono! Sono enormi, sproporzionate, come quelle che il sole basso del tardo pomeriggio proietta sui muri. L’ombra del giudizio, l’ombra del confronto, l’ombra di un mondo adulto che spesso non sa spiegare le proprie crepe. Ma accanto a ogni ombra — sempre, inevitabilmente — c’è la luce che la genera. Non esiste ombra senza luce. E questo, forse, è il primo grande insegnamento che dovremmo ricordare: non si tratta di eliminare le ombre, si tratta di scegliere verso cosa voltare il viso.
Quanto sarebbe stato prezioso, allora, che qualcuno mi avesse detto ciò che l'altra sera sera in occasione del discorso inaugurale per le Olimpiadi Milano Cortina 2026 ha detto Kirsty Coventry... Prima donna presidente del CIO, sette medaglie olimpiche nel nuoto, zimbabwese, ha portato alla ribalta una parola africana che da sola vale un intero programma educativo: ubuntu. Io sono perché noi siamo.
Coventry ha guardato gli atleti negli occhi e ha detto qualcosa che non era solo per loro. Era per tutti noi. Per ogni ragazzina e ragazzino che si sente inadeguato, fuori posto, troppo o troppo poco.
“Ce l’avete fatta. Siate fieri di essere arrivati fin qui.”
Ecco. Questo avrei voluto sentire a dodici anni. Non “studia di più”, non “potresti fare meglio”, non il silenzio imbarazzato degli adulti che non sapevano come gestire il cambiamento che ci stava attraversando. Avrei voluto qualcuno che mi dicesse: il fatto che sei qui, in piedi, con tutte le tue paure, è già abbastanza. È già coraggio. Qualcuno che mi insegnasse a guardare la luce — non perché le ombre non esistano, ma perché la luce è una scelta. E le scelte ci definiscono molto più delle circostanze.
“La forza non è solo una questione di vittorie, ma anche di coraggio, empatia e cuore.”
Quante volte, nelle famiglie, nelle scuole, nella società tutta, confondiamo la forza con la performance? Quante volte chiediamo ai nostri figli — e a noi stessi — di vincere, quando basterebbe insegnare loro a stare in piedi dopo la caduta? Coventry lo sa, perché lo ha vissuto sulla propria pelle: “Ci insegnerete a rialzarci, non importa quanto pesante sarà stata la caduta.”
Guardando i miei alunni di seconda media vedevo questo: ragazzi che cadono ogni giorno. Cadono nelle chat di gruppo dove una parola sbagliata ti cancella. Cadono nello sguardo di un genitore troppo stanco o troppo spaventato per rallentare. Cadono nel confronto con un mondo che corre e pretende risposte immediate, quando loro stanno ancora imparando a formulare le domande. E ogni caduta li mette davanti a quel bivio silenzioso: resto a fissare l’ombra a terra, o alzo gli occhi verso la luce?
Non è un bivio che si presenta una volta sola. Si ripresenta ogni mattina, ogni litigio, ogni voto insufficiente, ogni esclusione dal gruppo. Ed è per questo che è così importante: perché scegliere la luce non è un atto di ingenuità. È un atto di resistenza. È decidere che l’ombra ti appartiene ma non ti definisce.
E allora penso alla serendipity, quella parola che porto con me come un talismano, quel metodo che ho trasformato nella bussola della mia vita professionale e personale. La serendipity non è fortuna. È la capacità di riconoscere il valore di ciò che non stavamo cercando. È fidarsi del percorso anche quando — soprattutto quando — non corrisponde alle aspettative degli altri. È l’arte suprema di guardare la luce là dove tutti vedono solo ombra.
A dodici anni nessuno ti parla di serendipity. Ti parlano di programmi, di voti, di cosa farai da grande. Ma nessuno ti dice che le svolte più importanti della tua vita arriveranno dagli incontri che non avevi previsto, dalle strade che non avevi scelto, dai fallimenti che ti sembreranno la fine del mondo e che invece saranno l’inizio di quello vero. Nessuno ti dice che ogni ombra attraversata è un apprendistato di luce. A quell’età tutto sembra dividerti: il corpo che si trasforma ti divide da chi eri, i compagni si dividono in gruppi, le famiglie spesso si dividono sotto il peso delle proprie fragilità. E invece ciò che salva, ciò che sempre salva, è scoprire che non sei solo nel tuo oscillare tra luce e ombra. Che il tuo sospirare è anche l'ansia di chi ti sta accanto. Ubuntu. Io sono perché noi siamo.
“Quando ero atleta, guardare la fiamma illuminare la notte era il mio momento preferito”, ha detto la Coventry. La fiamma nella notte. Ecco cos’è scegliere la luce: non negare il buio, ma accendere qualcosa dentro il buio. Non aspettare che l’ombra passi, ma diventare noi stessi la sorgente luminosa.
Anche io ho un momento preferito. È quando vedo uno sguardo che ha intuito qualcosa. Non un concetto, non la lezione. Qualcosa di più grande. Che può farcela. Che ha diritto di essere esattamente dove si trova, con tutto il suo disordine bellissimo. In quell’istante, quella persona ha scelto di vedere. Ha scelto di illuminare un passaggio. E quella scelta le appartiene per sempre.
Compio sempre troppi anni, per me ma sto imparando che la vita non smette mai di manifestarsi in luci e ombre, mescolate, intrecciate, inseparabili. La differenza non la fa ciò che accade. La differenza la fa dove scegliano di guardare. E, una volta che abbiamo scelto la luce, la differenza la fa cosa creiamo con l’ombra che resta: la possiamo trasformare in profondità, in empatia, in quella tridimensionalità che rende una persona vera e non una figurina piatta.
Ai miei alunni di seconda media, a quella ragazzina che ero, a tutti quelli che oggi si angustiano nel territorio di mezzo tra luce e ombra, ripeto le parole di Coventry liberamente reintrepretate, perché sento siano le parole che tutti noi dovremmo ripetere ogni mattina come una preghiera laica:
“Ora è il nostro momento. Diamo il meglio di noi.
Non il meglio che gli altri si aspettano.
Il nostro meglio.
Che è sempre, sempre abbastanza.”
Perché la luce non è assenza di ombre. La luce è la scelta di ardere comunque.



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