Ricordo la memoria
- Margherita Pogliani

- 38 minuti fa
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Ricordo, memoria: non è un semplice gioco di parole.
Sembrano sinonimi. Non lo sono.
Memoria nella cultura greca antica, la μνήμη, è una facoltà dinamica, non semplice archivio ma forza che modella presente e futuro. È l'arte della mente che ha il dovere di mantenere vivo il passato. Incarnata dalla dea Mnemosine (Μνημοσύνη), madre delle Muse, la memoria è fondamentale per la sapienza e la narrazione poetica, in equilibrio tra il ricordo e l'oblio. Come a dirci che le arti esistono per far durare la bellezza nel tempo. Non a caso quel termine è poi scivolato nel linguaggio tecnologico, diventando una funzione del computer.
Ricordo viene da re-cordor: richiamare al cuore.
Sentite la differenza? La memoria conserva. Il ricordo sceglie. La memoria è intenzionale. Il ricordo anarchico. La memoria costruisce archivi. Il ricordo salva ciò che ci tiene vivi.
Anche gli opposti raccontano storie diverse: dimenticare è “non mantenere nella mente”. Scordare è “far uscire dal cuore”. Due geografie dello stesso dolore. O della stessa liberazione.
I francesi hanno una parola bellissima, rêverie, che designa quella tendenza della psiche a perdersi in fantasticherie nate dalla fusione di ricordo e sogno. Perché i ricordi non sono mai nitidi. Le immagini nel ricordo non hanno contorni definiti ma tendono ad assomigliare a visioni oniriche, a evanescenze.
La memoria è un’arte caratterizzata da norme precise. Il ricordo è una dimensione interiore collegata alle emozioni e alla sensibilità.
“L’uomo ha soltanto questo d’immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia” (Paola Faccioli)
Ispirandomi a queste parole io oggi voglio portare testimonianza di due "creature" che, in modi diametralmente opposti, si sono presi cura del ricordo. Anzi, - meglio - si sono ingegnati su come preservare e valorizzare la memoria collettiva. La memoria di un insieme di vite che punteggiano uno Stato, di nome e di fatto.

La prima "creatura" era la Regina Margherita. “Margherita era mia nonna, realmente e metaforicamente. Avevo una straordinaria nonna Margherita ma Margherita era anche la nonna e la donna che chiunque desidererebbe al suo fianco. Perché è stata la prima Reale sponsor dell’Italia.” Con queste parole inizia il docufilm che ho scritto e condotto. Perché ne parlo proprio oggi, in occasione della Giornata della Memoria? Perché cent’anni fa, sempre a gennaio la Regina Margherita di Savoia si spegneva a Bordighera, dopo aver dedicato la vita, volutamente, ma anche inconsapevolmente, a fare qualcosa di inedito: prendere i due mondi, della memoria e del ricordo – e fonderli. Lei è stata la prima a trasformare i ricordi personali di milioni di italiani in memoria collettiva, in agire collettivo.
Facciamo un passo indietro: 1878, l’Italia diventa Regno. È, però, un Paese che ancora non sa di esserlo. Un mosaico di dialetti, tradizioni, diffidenze. Ricordi frammentati senza collante, senza storia condivisa. la prima regina dell'Italia unita intuisce il potenziale dei quello che oggi chiamiamo cultural branding, ma che allora era semplicemente passione, alimentata dalla constatazione che ogni territorio custodisce eccellenze che meritano futuro. E fa quello che nessun sovrano aveva mai fatto: esce da palazzo. Viaggia con “gruppi di ricerca” per scoprire talenti nascosti: un merletto a Burano, una ricetta a Napoli, un artigiano a Capodimonte, una tradizione musicale in Piemonte. Poi dà loro visibilità, dignità, mercato. Margherita è stata la prima regina che ha scelto di abbattere il muro tra palazzo e strada. Di trasformare un piatto popolare in patrimonio nazionale. Il merletto di Burano, la ceramica di Capodimonte, i tessuti pregiati – tutto ciò che oggi chiamiamo Made in Italy porta l’impronta invisibile di una donna che credeva nella bellezza come strumento di emancipazione.
“Ciò che è veramente bello - non a caso diceva - diventa più bello dinnanzi agli occhi e all’anima, più lo si vede e lo si conosce”.
E lei ci credeva davvero, tanto che possiamo definirla madre d’Italia, regina di cuori, sovrana del Made in Italy, benefattrice pioniera, musa di cultura, pilota d’innovazione.
Sì, pilota, perché fu tra le prime donne a guidare un’automobile in Italia – l’Itala Palombella, progettata appositamente per lei. Quando nessuna donna osava, lei guidava. Possedeva una biblioteca di 13.000 volumi. Viaggiava, studiava, promuoveva l’indipendenza femminile non con slogan, ma con l’esempio.
Era una cultural strategist ante litteram. La prima vera influencer italiana. Nel senso più nobile del termine. Influenzava non per apparire. Per costruire. Non per accumulare follower. Per tessere connessioni. Non per vendere prodotti. Per valorizzare patrimonio.
La seconda "creatura l'ho scoperta proprio a ridosso di questa Giornata della Memoria. È il Piccolo museo del diario di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo. Un luogo che custodisce oltre diecimila vite di persone comuni. Persone che Margherita avrebbe amato incontrare, ascoltare, valorizzare. Sono vite scritte su quaderni, fogli, perfino un lenzuolo.
L’idea nacque nel 1984 da Saverio Tutino, giornalista milanese che credeva in questo: ogni vita è importante. Tutti insieme, questi racconti di gente comune danno la sensazione di sentire “il fruscio degli altri”.

Il fruscio degli altri. Che espressione meravigliosa. Entrare in quel museo significa attraversare un pezzo di storia d’Italia camminandoci in mezzo. Le voci di grandi attori – Marco Baliani, Marco Paolini, Maya Sansa – leggono lettere, diari, memorie scritte su fogli, quaderni, album, perfino un lenzuolo. Storie singole e personali diventate storie collettive e universali.
La scrittrice Melania Mazzucco l’ha definito “l’autobiografia della nostra nazione”. Il giornalista Walter Veltroni “il più importante museo del mondo”.
Tra quelle antiche mura ho intuito che Margherita di Savoia e il Piccolo museo del diario sono due facce della stessa medaglia. Lei, dall’alto del trono, scelse di scendere tra la gente per raccogliere e valorizzare talenti nascosti. Il museo, dal basso delle vite ordinarie, sceglie di elevare ogni esistenza a patrimonio nazionale. Lei trasformò ricordi frammentati in identità condivisa attraverso il Made in Italy. Il museo trasforma scritture private in memoria collettiva attraverso la conservazione del quotidiano.
Entrambi ci dicono la stessa cosa: la grandezza di un Paese non sta nelle gesta dei potenti, ma nella dignità riconosciuta a ogni vita vissuta. Margherita prendeva i ricordi privati, intimi – una ricetta di famiglia, un ricamo tramandato, una melodia popolare – e li trasformava in memoria nazionale. Dava loro un palcoscenico, un futuro, un senso di appartenenza. “Tutto quel che viene dal popolo deve ritornare al popolo”, diceva. E lo faceva davvero.
Il Piccolo museo fa la stessa cosa, con mezzi diversi. Chiede a chiunque di affidargli i diari che possiede. Suoi o di un qualche antenato. Poi li protegge, li cataloga, li espone, li divulga. Li trasforma da oggetti privati in testimonianze universali. Perché aveva ragione Saverio Tutino: il fruscio degli altri è ciò che ci tiene insieme. Ciò che ci ricorda che non siamo soli nelle nostre gioie e nei nostri dolori.
Memorie private che da storie singole sono diventate storie collettive, affiancandosi alla Storia con la S maiuscola e intrecciandosi a essa. “Storia scritta dal basso”, la chiamano. La storia di un Paese che qui ritrova la sua identità più pura, quotidiana, schietta, onesta.
Storie che cancellano i filtri della retorica e ci fanno comprendere il mondo dove viviamo.
Già, in che mondo viviamo? Mi sembra di essere incastrata in un paradosso.
La tecnologia archivia tutto. Gli algoritmi memorizzano ogni dato. L’intelligenza artificiale cataloga, analizza, prevede. Eppure, qualcosa si perde. L’algoritmo conserva le informazioni, non il significato. Archivia i fatti, non il loro peso sul cuore. Memorizza, ma non ricorda.
E noi rischiamo di trasformare la memoria in un database. Freddo. Sterile. Enorme. Inutile.
Margherita ci insegna il contrario: che fare memoria significa dare dignità ai ricordi. Che valorizzare le eccellenze nascoste è un gesto insieme politico e poetico. Che ogni ricordo personale, se riconosciuto e onorato, può diventare patrimonio di tutti.
Il Piccolo museo ci insegna che scrivere la propria storia – su un quaderno, su un lenzuolo, su pagine di veline – è un atto di fiducia verso il futuro. È credere che qualcuno, un giorno, avrà bisogno di ascoltare il fruscio della tua vita.
Ora mi domando: come possiamo usare i big data e l’AI per valorizzare la memoria senza svuotarla di senso? Come facciamo in modo che gli algoritmi non memorizzino solo fatti, ma anche il loro peso sul cuore? Cosa possiamo imparare, oggi, da una regina morta cento anni fa e da un museo che custodisce diari di persone che non diventeranno mai famose?
Forse proprio questo: che fare memoria significa dare voce a chi non ha voce. Significa credere che ogni vita – anche la più piccola, la più silenziosa – porta in sé un germe di bellezza che merita di essere tramandato.
Significa scegliere, in un’epoca di archivi digitali infiniti, di non dimenticare l’unico dato che conta davvero: re-cordor, richiamare al cuore. Dare senso, valore, anima a ciò che custodiamo.
Margherita ci insegna che la memoria può essere un atto creativo, non un peso. Che valorizzare le eccellenze nascoste è un gesto rivoluzionario. Che ogni ricordo personale, se riconosciuto e onorato, può diventare patrimonio di tutti.
Il Piccolo museo ci insegna che ogni esistenza merita di essere preservata. Che scrivere la propria storia è un atto di resistenza. Che il fruscio degli altri è ciò che ci salva dall’oblio e dalla solitudine.
Entrambi – la regina e il museo, l’alto e il basso, il potere e il popolo – ci dicono che la memoria non è nostalgia. È costruzione. È fiducia verso il futuro.
Solo noi umani possiamo compiere il gesto più importante: trasformare quella memoria fredda in ricordo caldo. In comprensione profonda. In empatia che attraversa il tempo.
E solo se riusciamo in questa trasformazione – da archivio a narrazione viva, da database a comprensione che tocca il cuore – possiamo sperare di prevenire l'ennesima guerra, l'ennesimo orrore.
Perché le guerre non nascono dall'ignoranza dei fatti. I fatti li abbiamo. Archiviati, catalogati, disponibili. Le guerre nascono dall'incapacità di sentire il dolore altrui come proprio. Dall'assenza di quel "fruscio" – il sussurro di vite vissute, di sogni infranti, di speranze tenaci – che solo un cuore umano può ascoltare.
In questo tempo in cui tutto accelera, in cui l'amnesia viene scambiata per innovazione, abbiamo il dovere di rallentare. Di usare i big data e l'intelligenza artificiale non per sostituire la memoria umana, ma per amplificarla. Per dare voce a chi non l'ha avuta. Per tessere insieme le memorie frammentate e trasformarle in ricordo condiviso che ci impedisca di ripetere gli stessi errori.
La tecnologia può essere la nostra Itala Palombella – il veicolo che ci permette di andare più lontano, più veloci. Ma al volante dobbiamo esserci noi. Con i nostri cuori. Con la nostra capacità di vedere oltre i numeri, di sentire oltre i dati.
Perché ogni vita – anche la più piccola, la più silenziosa, quella scritta su un lenzuolo e custodita in un museo di provincia – è un seme. E da quel seme può nascere il mondo di domani.
Ricordo la memoria, dunque, proprio oggi, Giornata della Memoria. Ricordo che la memoria è la mente che archivia. Il ricordo è il cuore che trasforma.
Big data è la capacità di conservare tutto. Umanità è la saggezza di capire cosa significa.
E il nostro compito, qui e ora, è fare da ponte. Tra la precisione dell'algoritmo e la tenerezza della narrazione. Tra le informazioni catalogate e le storie vissute. Tra ciò che la tecnologia può memorizzare e ciò che solo un cuore umano può custodire e restituire, moltiplicato.
Margherita di Savoia ci ha insegnato che l'influenza autentica si costruisce riconoscendo la bellezza, custodendola, restituendola al popolo moltiplicata. Che non basta catalogare l'eccellenza – bisogna elevarla, farla diventare orgoglio condiviso, identità comune, futuro possibile.
In questo tempo di intelligenze artificiali, questa lezione diventa urgente: possiamo avere tutti i dati del mondo, ma senza la capacità umana di trasformarli in narrazione che tocca il cuore, senza la capacità di sentire il fruscio degli altri, rimaniamo semplicemente macchine sofisticate.
Così, io scelgo di restare umana.
Di usare la tecnologia per amplificare la mia umanità, non per sostituirla.
Di trasformare ogni memoria in ricordo, ogni dato in storia, ogni numero in volto.
Perché solo così – con il cuore al volante e la tecnologia come veicolo – possiamo sperare di scrivere un futuro diverso. Un futuro in cui non dimentichiamo. In cui non ripetiamo. In cui ogni vita conta. In cui il fruscio degli altri diventa la colonna sonora del mondo che vogliamo lasciare.



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