La mia nonna e Regina Margherita
- Margherita Pogliani

- 6 ore fa
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C'è un modo per misurare il tempo che non ha nulla a che fare con i calendari: è il numero di volte in cui ti chiedi "cosa avrebbe fatto lei". Sono trent'anni, oggi, che mia nonna Margherita non è più qui. Eppure con lei il tempo ha sempre avuto un suo vezzo, una piccola insubordinazione: più si allontana il giorno in cui se n'è andata, più si avvicina — caparbia, ironica, elegantissima — la sua presenza. Come certe ospiti che, anche dopo aver salutato, restano sulla porta a dire l'ultima parola.
Margherita era la nonna e la donna che chiunque vorrebbe al proprio fianco. L'ho scritto tempo fa così, di getto, L'ho scritto tempo fa così, di getto, come incipit per il docufilm sulla Regina Margherita di Savoia, ma molto prima di diventare materia di un progetto, è stata la materia stessa della mia vita. Diciamo che ha cominciato lei, il casting, novant'anni fa, e con un certo anticipo sui tempi.
E qui, forse, va fatta una piccola confessione. Quando ho scritto e condotto "Regina Margherita, Influencer dei suoi tempi", non stavo solo raccontando una sovrana. Stavo, senza dirlo nemmeno a me stessa, raccontando anche lei — mia nonna. Perché anche la Regina Margherita era coraggiosa, avanguardista, irriverente a modo suo, visionaria in un'epoca che alle donne visionarie chiedeva soprattutto di restare composte. E mia nonna, che del nome e dello stile dei Savoia portava qualcosa, di quella stessa stoffa era fatta: due donne che hanno attraversato il proprio tempo un passo avanti a tutti, con la grazia di chi non ha bisogno di correre per arrivare prima. Forse è per questo che le ho sempre, inconsapevolmente, sovrapposte. Forse il docufilm è stato anche un modo — il mio — per riportarla, ancora una volta, in vita.

Nata il 13 gennaio 1907, se n'è andata a 89 anni e mezzo portando fino all'ultimo respiro una lucidità e una grinta che sembravano sfidare apertamente la biologia — e vincere, quasi sempre, con lo stile di chi gioca una partita che ha già deciso di non perdere. Una vitalità che non si esauriva, come certe fiamme che invece di consumare la cera la trasformano in luce. È stata la mia forza motrice, il mio esempio di coraggio nei momenti in cui il coraggio sembrava un lusso fuori budget — e lei, di lussi, ne capiva. Era una presenza regale, quasi altezzosa — altezzosa come può esserlo solo chi non ha mai avuto bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Ma ogni sua parola era un piccolo oracolo, e io le chiedevo verdetti su tutto, anche quando non lo sapevo. Con lei passavo giornate intere a chiacchierare, a confidarmi, ad ascoltare incantata storie di leopardi e avventure di un'altra epoca, da bambina, sospesa tra il suo mondo e il mio. Mi ha insegnato, parlando moltissimo — perché lei le parole non le risparmiava mai, quando contavano — a restare nel presente guardando comunque oltre: oltre il dolore, oltre la disperazione, oltre la fatica di tenere insieme i pezzi quando la vita decide di consegnarteli già rotti.
Mi ha trasmesso un alfabeto di sensi. Il profumo di lavanda, che la precedeva discreto. Il verde bosco, sua firma cromatica, negli abiti, nelle stanze, ovunque. Il sapore di un paté delle feste, quello fatto a mano in casa. La leggerezza di un'île flottante, sospesa come lei sfidava gli anni. E un tramonto infuocato, di quelli che durano apposta un po' di più.
Davanti a ogni piatto, stupita osservava: "Non l'ho mai mangiato!", oppure "È da anni che non lo mangio" — come se ogni cosa, anche la più semplice, fosse una primizia. Non era civetteria. Era il suo modo di restare incantata dal mondo, anche dopo ottant'anni di mondo.
Ho ereditato i suoi capelli — ricci, spessi, indisciplinati come pensieri che si rifiutano di stare in fila per principio, non per distrazione. Non il colore: i suoi erano corvini, mentre suo padre aveva quel rosso Tiziano che pare riemergere nelle generazioni con la stessa imprevedibilità con cui torna, ogni tanto, una vecchia fotografia da un cassetto chiuso da anni — e che quando riappare, inevitabilmente, scompiglia tutte le certezze di famiglia. Mi piace credere che la genetica, certe volte, sia anche memoria che si concede delle libertà artistiche.
Figlia del podestà di Pallanza, sul Lago Maggiore, fu incoronata reginetta delle Camelie — un titolo che oggi farebbe sorridere, ma che allora era un'incoronazione vera, e a lei stava benissimo, come le stava bene quasi tutto, incluse le situazioni in cui a chiunque altro sarebbe stato malissimo. A diciott'anni ebbe il privilegio di ballare con l'allora Principe Umberto II, il futuro Re di Maggio. E lui, così discreto eppure così potente nell'intimo, le rimase amico per sempre: si scrissero biglietti d'auguri per anni, e lei andò persino a trovarlo a Cascais, dove era stato esiliato. Un'amicizia che la grande storia non racconta — probabilmente perché certe cose, tra persone vere, restano private per scelta, non per dimenticanza — ma che è arrivata fino a me come un filo sottile, tenace, e diciamolo, perfetto da tirare fuori a cena al momento giusto.
In quella stagione frizzante della giovinezza era innamorata di un alpinista svizzero-francese — proprio come la Regina Margherita aveva amato il suo barone di Gressoney: pare che le Margherite, in famiglia, avessero tutte un debole per gli uomini di montagna, gente abituata a guardare lontano e a non lamentarsi della salita. Un uomo che, come lei, amava camminare tra i fiori alpini e rispettarne la bellezza selvatica. Era una sognatrice, la nonna. Come me. Ma anche temeraria, e per certi versi straordinariamente concreta — due qualità che raramente convivono nella stessa persona, e che in lei convivevano benissimo, forse perché nessuno aveva mai avuto il coraggio di spiegarle che era impossibile, e lei non avrebbe ascoltato comunque.
Poi sposò un Conte che si chiamava come la sua bambola d'infanzia: Renato. Un Dugnani — cognome che, secondo la ricostruzione genealogica a cui la nonna dedicò anni di pazienza certosina, risalirebbe a un certo Valdumianus, console dell'Impero Romano sotto Aureliano, anno 272, pontificato di Felice IV. Roba da far impallidire qualunque albero genealogico moderno, e da far sembrare gli alberi degli altri poco più che cespugli. Il nonno era bellissimo, nobile nei modi e nell'animo, malinconico come tanti aristocratici decaduti — malinconico come certe case troppo grandi per chi le abita, che è poi una malinconia molto di famiglia, a pensarci bene, e di cui forse anch'io ho ricevuto una piccola, elegante quota in eredità.
Di sé il nonno Renato scrisse parole che ancora oggi mi commuovono per la loro onestà disarmata: raccontava di essere stato, per una serie di lutti precoci, un uomo che non aveva mai davvero conosciuto la leggerezza della giovinezza — quegli anni tra i diciotto e i venticinque in cui la vita "è spensierata e magari costellata da piccole e grandi avventure" gli erano scivolati addosso sotto il peso di responsabilità che si era costruito da solo, nella propria testa, ma che gli pesavano addosso come fossero verissime. Eppure, in mezzo a tutta questa serietà involontaria, racconta di essersi innamorato guardando un quadro — un ritratto di mia nonna da giovane, esposto a Pallanza — molto prima di conoscerla davvero. L'originale, scrive, era persino più bello del ritratto: prima recensione critica della storia di famiglia, e già allora a favore di lei. Galeotto fu il quadro, prima ancora della donna. Romanticismo puro, con un tocco involontariamente comico — perché lui era anche un alpinista appassionato che si concedeva due domeniche al mese in montagna, e che finì poi a colazione con il podestà di Pallanza dopo una gita "con la faccia bruciata e spelacchiata", senza che nessuno trovasse niente di strano. La buona società di allora aveva i suoi codici, e soprattutto i suoi silenzi — pieni di significato, e di un certo, squisito non-detto.
Durante la Seconda guerra mondiale la nonna visse per mesi in compagnia della sola donna di servizio, nella villa sul Lago Maggiore che poi sarebbe diventata di mia madre — costruita dal suocero all'inizio del secolo, innovativa nell'architettura e liberty anti litteram negli arredi. Lo zio Giorgio aveva pochi anni, lo zio Giovanni, nato nel '43, era piccolissimo, mia madre sarebbe nata nel '45, e la nonna passò quegli anni di guerra incinta, barricata al piano superiore, salendo sul tetto con il pancione per calarsi in una stanza segreta dove custodiva le provviste e i beni più preziosi — tra cui le coperte da dare di notte ai partigiani, mentre di giorno i fascisti le rubavano i cani dal giardino. Aveva un pastore tedesco nero, bellissimo, che il generale Cadorna aveva persino usato per sfilare a Pallanza — e che quindi, ancora prima di me, era già abituato alle luci della ribalta. Una donna sola, in una casa enorme, in perfetto equilibrio tra paura e cura. Se questo non è coraggio, non so più come altro chiamarlo, e francamente non ho intenzione di cercare sinonimi.
Mia nonna era bella, di quelle bellezze altere e solari che sembrano nascere già adulte — ma con un sorriso sempre pronto, quasi sbarazzino, come se ridesse in faccia al mondo e alla sorte, sfidandoli ad andare oltre: oltre le convenzioni, oltre le mode, oltre i pensieri piccoli, quelli che lei avrebbe definito "una perdita di tempo, e il tempo, cara, non si spreca". Aveva un guardaroba di abiti incredibilmente avanti per l'epoca, che ho la fortuna di aver ereditato — e che, detto tra noi, ho ampiamente sfruttato negli eventi di Vogue, fuori da ogni "moda" capziosa: i suoi abiti non seguivano le tendenze, le anticipavano, e questo è un dettaglio che mi piace ricordare ogni volta che qualcuno si complimenta con me per un capo che, in realtà, ha trent'anni più di me. Fece scelte audaci per una donna del suo tempo: accettò di partire giovanissima per studiare al collegio francese di Roma. E fu lei a insegnarmi a guardare Roma — nelle sue sfumature, nei suoi tramonti, nelle sue albe, nelle sue magnificenze. Mi portava sempre davanti al Mosè di Michelangelo, per rendere grazie alla meraviglia dell'arte che parla, senza il "quasi". Quella perfezione che sembra muoversi — "perché non sei umano", disse Michelangelo al suo Mosè quando lo tirò fuori dal marmo, come se la pietra fosse solo un velo da togliere al pudore umano.
Parlava francese come l'italiano — provò a insegnarmelo, io provai a imparare, ma il mio interesse si concentrava più sulla sua voce, sulla sua eleganza, sul suo allure, che sulla grammatica: confesso che ho sempre preferito ascoltarla a capirla. Eppure quella sua inflessione regale, quell'uso tipico delle ultime Savoia per cui il francese era davvero la lingua madre, mi è rimasta nelle orecchie come una melodia che si riconosce naturalmente, anche a distanza di decenni, anche stonata da chi la canticchia oggi. Ricordo il suo modo sottile, ironico, di commentare le situazioni con espressioni francesi — dove basta un accento per cambiare completamente il senso di una frase, e dove un accento sbagliato, da parte mia, cambiava completamente il senso del suo sguardo. "Rupecte pour être respecté": è necessario rispettarsi per essere rispettati. Quante volte me l'ha ripetuta — con la pazienza di chi sa che certe verità vanno ripetute più volte, non perché non si capiscano, ma perché ci vuole tempo per metterle in pratica. Ed era proprio così che viveva: si rispettava e si faceva rispettare, ed era rispettata — senza bisogno di alzare la voce, che è la forma di autorità più difficile da ottenere e quella che ammiro di più, e che ancora oggi, lo confesso, mi sfugge di tanto in tanto.
Mi sono spesso chiesta, in questi ultimi trent'anni, cosa mi avrebbe detto la nonna nei momenti più difficili, nei dubbi più grandi, nelle lezioni che la vita — a volte con poca delicatezza — mi ha impartito. E la risposta che mi sono sempre illusa di sentire è questa: "Avrei reagito come te, Margheritina mia. Ci sono sempre, veglio su di te. Il mio coraggio è diventato il tuo coraggio. La mia forza è diventata la tua forza. La mia curiosità è diventata la tua curiosità."
Forse è proprio questo che rende una vita degna di essere vissuta. E magari degna di essere ricordata — come si ricordano le grandi dame di un tempo, le grandi donne che hanno permesso alla storia di diventare, un poco, anche la nostra storia.



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