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  • Margherita Pogliani

Fratello, mettiamoci l’animo in pace

Fratello, scendiamo a patti e mettiamoci l’animo in pace. Non è rassegnazione. È la constatazione amichevole che qui bisogna fermarsi e tirare fuori un sostegno e un sentire comune.

Non è superficialità, anzi: è l’invito, drammaticamente urgente di metterci l’animo in pace. Nel senso più letterale del termine: mettiamoci l’animo in pace, scendendo a patti con i conflitti, perché finché noi nel nostro micro mondo antico ci lasciamo devastare dalle guerre intestine, non c’è spazio per la pace. Non c’è spazio per la pace. Spaventa, eh? Diciamolo pure: terrorizza.

Terrorizza la nostra impotenza davanti alla follia della potenza.

Terrorizzano i corridoi umanitari “bloccati”, gli ospedali e gli asili bombardati, le fosse comuni, l’esodo biblico cui stiamo assistendo. Ma questo, ahimè, è sotto gli occhi di tutti. E, nonostante ciò, gli occhi di tutti si abbassano sgomenti, malcelando dietro critiche e giudizi un certo imbarazzo per la fortuna che abbiamo a esser qua e non là.

Concretamente, lo ammetto, posso fare ben poco, se non usare la capacità di condividere, riconoscere con sguardo empatico e attivarmi per cambia-menti che, per quanto infinitesimali, forse possono diffondersi. Così rialzo lo sguardo e affronto la vergogna di ammettere che vivo e viviamo da sempre in un conflitto atroce: io e l’altro, ciò che sento e ciò che posso, ciò che devo e ciò che voglio.

Io e… E, intanto, la guerra continua, anche sotto i riflettori, nelle nostre case, nelle nostre anime. Per questo dobbiamo metterci una buona volta l’animo in pace.


Basta guerra. Basta conflitto. Basta confronto. Basta prevaricazione. Basta fuga. Basta attacco. Basta violenza, di qualsiasi tipo essa sia, a iniziare da una chiarezza negata, con noi stessi in primis. Basta abbassare gli occhi sentendoci vittime e carnefici. Guardiamo in faccia la realtà: abbiamo amici che stanno ospitando esuli, altri che si stanno prodigando per gestire una rete solidale che risponda concretamente agli sos che arrivano dal confine con la Russia, altri ancora hanno avuto il coraggio di offrirsi volontari per portare là i primi convogli di aiuti e io sono ancora qua a domandarmi cosa posso fare concretamente, al di là del minimo necessario?


Oggi scendo a patti e faccio la pace con me stessa, in primis, poi con chi vorrà. “Poiché le guerre – recita l’atto costitutivo dell’UNESCO - nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che vanno costruite le difese della pace”.

Fondamentale, quindi, come ha detto Rita Levi Montalcini, educare tutti noi, nessuno si senta escluso, all’uso dell’area valutativa del nostro cervello, tra una reazione d’attacco e una di fuga.

Passiamo la vita a fuggire, a evitare di fermarci, adducendo mille scuse e giustificazioni: manca il tempo, manca il coraggio, manca la possibilità, manca lo spazio, manca… manca sempre qualcosa. Stiamo sempre nella mancanza e non vediamo la presenza. Stiamo corazzati nelle nostre piccole credenze e ci proteggiamo dal dolore, quello vero, quello immaginato. Stiamo nella paura, senza accorgerci che il bunker è già bello che costruito dentro di noi e non ci lascia vie di fuga. Eppure, in latino fuga è correlato a fùgere ‘fuggire’ e a fugàre ‘inseguire, cacciare’. Per non parlare della musica, dove la fuga è la summa dell’arte compositiva.


Come sempre tutto dipende da come lo si interpreta, da come lo si vive. “In ogni istante abbiamo una decisione da prendere. Possiamo valutare se attuarla in un contesto oppure in un altro”. Fuga, difesa o co-creazione? Ringrazio gli amici di Co-Crea che mi hanno ricordato quanto siano attuali le parole di Claire Nuer, pioniera della loro metodologia, enfant cachée a Parigi durante la Seconda Guerra Mondiale. Un estratto di un suo discorso del '90 alla World Business Academy a Chicago recita:


“Quando operiamo partendo dall’ Ego-sistema, giudichiamo attraverso il dubbio, non con fiducia. La nostra apertura verso il mondo è attraverso il dubbio. Pensiamo “Cosa mi faranno? Cosa mi porteranno via? Cosa mi diranno?” In quei momenti, noi reagiamo, scagliandoci contro gli altri per pura paura. Dobbiamo invece modellare la vigilanza con le nostre parole e le nostre azioni. Dobbiamo fermare questo costante flusso dell’ego-sistema in tutte le piccole cose, ed è difficile ma c'è un beneficio nell'iniziare dalle piccole cose: gli altri sentono la nostra onestà e questo può aprire la porta alla fiducia. È vero che questo lavoro sul nostro Ego prende tutta la vita, ma lo shift, la decisione, richiede un solo secondo. Una volta che siamo veramente consci di quello che non vogliamo più, ad un livello cellulare, ci rendiamo conto chiaramente che esistono due contesti che possiamo scegliere di creare: uno di distruzione e uno di umanità. In ogni istante abbiamo una decisione da prendere. Possiamo valutare se attuarla in un contesto oppure in un altro. Negli anni a venire sarà importante – di momento in momento – fare attenzione a quale contesto scegliamo per i nostri pensieri, le nostre decisioni e le nostre azioni"


Quali contesti abbiamo alimentato in questi anni con le nostre decisioni e azioni.

La risposta è devastante, perché di pace ce ne è ben poca, se la intendiamo come momento in cui fermarsi e concordare un patto di convivenza conveniente per tutti.

Con, con, con: ci manca quel “con”, quello stato d’animo che ci fa sentire insieme, fratelli.

Perché i fratelli ci sono sempre, anche se a volte “giochiamo” a far la guerra. Oggi è il compleanno di mio, nostro fratello Giovanni: simpatico, empatico, sensibile, intelligente, patteggiatore di natura. Tutti talenti di cui ora si sente particolare bisogno. Abbiamo giocato tanto da bambini a indiani e cowboy. Ci siamo rincorsi, minacciati, insultati, attaccati, ma soprattutto abbiamo sempre trovato la voglia e la forza di fare la pace. Riosservando questa foto, ancora mi domando se lo stavo proteggendo o se mi appoggiavo alla mia roccia, al mio sostegno. Irrilevante, in realtà, perché come con mia sorella è in atto una reciproca fiducia, che mi piace chiamare: fratelsorellanza.


Intorno a noi ci sono tanti fratelli e sorelle di chi è in Ucraina a combattere, di chi sta fuggendo: tutti chiedono chiedono aiuti reali e consistenti. Azioni, concretezza, fratellanza. Sarò superficiale e ignorante, ma sento che per (ri)costruire le difese della pace servono azioni, patti lunghi e fratellanza concreta, a iniziare da noi, tra noi.

Non devo scavare tanto per recuperare la radice sanscrita di “fratello”: bhar, sostenere, nutrire. Il fratello è quel punto d’appoggio che permette di sostenersi e crescere, insieme.


“Un fratello – scrive Marco Ligabue, fratello del cantautore che piace tanto a Giovanni - è una delle cose migliori che ti possano capitare nella vita. “Mio fratello”: non esiste definizione più bella, più dolce per descrivere un’altra persona”. Un fratello è un dono speciale: è colui con cui magari si discute, ma subito dopo non si ha paura di scendere a patti per metterci gli animi in pace. E avere la possibilità di esser presenti senza armature per concordare una convivenza conveniente insieme, è davvero una delle cose migliori che ci possano capitare.

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