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  • Margherita Pogliani

Think-Thank-Give

Aggiornato il: 27 nov 2020

Penso e rendo grazie.

Rendo grazie perché penso. Soprattutto perché sento.

Sento profumo di tacchino ed apple pie, di cornbread e zucca al forno. Non ho le allucinazioni, ma semplicemente un figlio che ha deciso di investire questo periodo di DAD per sperimentare una passione: la cucina.

Cucina che oggi associo a credenza: mobile, convinzione. Due parole omofone e omografe, con la stessa radice: credere. Credere a un’idea (spesso intesa come limitante) ma anche credere nell’altro: l’etimologia legata al significato di “custode” di cibi e stoviglie, nasce infatti nel Medioevo, quando i nobili per scongiurare di esser avvelenati si circondavano di persone che avevano l’ingrato compito di assaggiare la pietanza. Successivamente le credenze hanno conservato piatti pregiati da condividere con gli ospiti. Lo stesso è avvenuto per me, grazie a una donna speciale, che proprio stamane mi ha fatto notare questa contrapposizione. Un invito a rivedere le credenze, compresa quella sulla gratitudine: non ho bisogno di motivi razionali, sono grata. Punto. In modo puro, profondo, naturale.


Naturale come il cambio di paradigma di questa mattina: mi ero alzata domandandomi di cosa fossi grata, in questo Thankgiving. Di una nebbia isolante che sta soffocando la gioventù dei nostri figli? Di abbracci repressi, risate celate, disconnessioni a singhiozzo? Di fatturati risicati, insicurezza strisciante, immobilismo snervante?

Mi sono guardata perplessa allo specchio.

Poi ho alzato lo sguardo. Il cielo era già blu, il caco fuori dalla finestra aveva ancora su due frutti vivaci e succosi, il gatto strusciava tra le gambe e il cane aspettava a pancia all’aria la sua dose di coccole.

Clik. Reset.

Ero grata. Mi sentivo grata di esistere soprattutto in questo Thankgiving.

Il colore era magicamente cambiato. Da un grigio uniforme a un’infinità di colori. Che hanno tinto

diversamente tante credenze, tanti ricordi.

Già, perché si condizionano a vicenda – credenze e ricordi – ma vivendole con un filtro diverso cambiano, per effetto domino.

Il ricordo del mio ultimo anno era caratterizzato da innumerevoli credenze, prima tra tutte: “Posso fare di più”. Ci ho creduto talmente da ritrovarmi all’improvviso umana, fragile, limitata. Incredibile, letteralmente!

Per fortuna tendo a vedere il bicchiere pieno (né mezzo vuoto, né mezzo pieno, perché mi hanno fatto notare che c’è anche l’aria, dentro). Così ho iniziato a trasformare le mie credenze concedendo un pizzico di fiducia alle sensazioni, che raccontano emozioni.

Ecco, quindi, che uno sguardo perplesso, vedendo la coppia di cachi sospesi su un cielo blu, è diventato un sorriso dolce. Ecco che il pensiero di far preparare a un teenager un Thanksgiving dinner è stato accolto come il profumo speziato di mele e cannella.

Ecco che le mancanze e le preoccupazioni si sono trasformate in presenze e doni che per fortuna ho.

Iniziando dalla vita, dagli affetti, dalle conoscenze, dal bello che ogni giorno incrocio ma che spesso sono troppo distratta per notare.

Il bello di un incontro fortuito. Il bello di un cuore che batte. Il bello di una canzone. Il bello di una connessione. Il bello di un messaggio. Il bello di un ricordo. Il bello, soprattutto, di una credenza che da limitante diventa trasformativa. A iniziare dal banale “Devo” che si tramuta in libera scelta, perché “Voglio”.

E ciò che voglio, maggiormente stasera è rendere grazie. Al cuore, con il cuore.

Grazie a chi c’è, con tutti i suoi limiti.

Grazie a chi mi ha stimolata, sostenuta, arricchita, toccata, commossa, sfidata, nutrita, sentita.

Grazie alla vita che chiede cura, gentilezza, attenzione, amore.

Grazie a chi mi invita a mettere in discussione le credenze, le opinioni, le idee e i valori che ciecamente davo per scontati.

Grazie a chi guarda avanti domandandosi perché, mentre attraversa le sue emozioni.

Grazie a questo isolamento che mi fa toccare con mano le priorità.

Grazie a chi mi stupisce ogni giorno con un sorriso, anche solo virtuale.

Grazie ai fallimenti, ai tempi duri che anticipano successi e gioie.

Grazie a chi ha riacceso un ardente desiderio di essere, di stare. Accanto a me stessa e accanto agli altri.

Grazie a tutti i miei amici americani, che mi hanno dimostrato il senso concreto di thanksgiving: da celebrare insieme in qualsiasi data, condividendo con generosità la casa e le ricette di famiglia (apple pie, pumpking stuffing, corn bread…), illuminandomi con confronti costruttivi, commuovendomi con una presenza che non ha bisogno di parole.

Grazie alle lontananze che hanno avvicinato e alle solitudini che hanno unito.

Grazie a chi ha mostrato il coraggio di liberarsi da pesi trattenuti, maschere sovrapposte, false esigenze, necessità che non ci appartengono più.

Grazie a chi è umano, vero, vulnerabile, empatico, gentile.

Grazie a tutte le emozioni, qualunque esse siano.

Grazie a chi è Presente, a chi sta accanto, senza aspettative e giudizi.

Grazie ai questi figli, chef di meraviglie, calde e fredde, dolci e piccanti.

Semplicemente grazie infinitamente, perché thanks thinking and giving hanno innumerevoli varianti, gusti e intensità. Ma riconosco una proprietà comune: sono antidoti potenti alla paura e alla mancanza.

Oda a las gracias Gracias a la palabra que agradece, gracias a gracias por cuanto esta palabra derrite nieve o hierro. El mundo paecía amenazante hasta que suave como pluma clara, o dulce como pétalo de azúcar, de labio en labio pasa gracias, grandes a plena boca o susurrantes, apenas murmulladas, y el ser volvió a ser hombre y no ventana, alguna claridad entró en el bosque. fue posible cantar bajo las hojas. Gracias, eres la píldora contra los óxidos cortantes del desprecio, la luz contra el altar de la dureza. Tal vez también tapiz entre los más distantes hombres fuiste. Los pasajeros se diseminaron en la naturaleza y entonces en la selva de los desconocidos, merci, mientras el tren frénetico cambia de patria, borra las fronteras, spasivo, junto a los puntiagudos volcanes, frío y fuego, thanks, sí, gracias, y entonces se transforma la tierra en una mesa. una palabra la limió, brillan platos y copas, suenan los tenedores y parecen manteles las llanuras. Gracias, gracias, que viajes y que vuelvas, que subas y que bajes. Está entendido, no lo llenas todo, palabra gracias, pero donde aparece tu pétalo pequeño se esconden los puñales del orgullo, y aparece un centavo de sonrisa.
(Pablo Neruda)

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