top of page
Cerca
  • Immagine del redattoreMargherita Pogliani

"Il positivo utilizzabile"

Due occhi gentili, proprio gentili. Vispi, attenti, partecipi.

Una voce soffice, inclusiva, autorevole ma rassegnata.

“Scusi la mia intemperanza”, mi disse tre giorni fa dopo l’ennesimo colpo di tosse ostinato che sembrava sconquassargli persino la calvizie.

“Quale intemperanza?”, risposi io stupita. “Anzi, la ringrazio per la sua temperanza, per la sua umanità, per la gentilezza che irradia e la dignità con cui sta affrontando tutto questo”, aggiunsi. Mi ha sorriso grato, forse perché nessuno aveva mai osato dirgli che dietro quella cortina di padre padrone si nascondeva un’anima grande, in grado di replicare a chi gli telefonava per salutarlo un’ultima volta:

“Voglio chiederti perdono per tutte le incomprensioni, i litigi, i non detti. Ma in fondo non ha nemmeno senso perdere tempo a scusarci, perché la vita ci ha permesso di amarci e questo mi sazia. Questo mi porto via.”

È morto stanotte il compagno di stanza di mio marito, con quella tranquillità e riservatezza che trasforma una camera d’ospedale in un luogo sacro, un ponte verso chissà dove, un teatro non solo di dolore ma di incontri di rara umanità.

Non ci siamo mai presentati ma era come se una parte mi me ne intuisse la presenza e la sofferenza al di là di ogni gemito. Stare accanto a lui e ai suoi figli, in questi giorni plumbei, mi ha insegnato tanto. Mi ha insegnato che la gentilezza d’animo non serve solo a vivere meglio e più a lungo ma anche a morire meglio, lasciando una testimonianza preziosa a chi resta. La testimonianza di una gratitudine di vita che va oltre la consapevolezza. Nasce dentro, esce in un sorriso accennato, in un riposo meritato.


Sazio di vita, ho pensato. Chissà se era vero. Era una mia impressione, una luce che ho intuito in quella fessura di un incontro che per me è diventata “un modo di vedere cose, dettagli, particolarità che il nostro sguardo ufficiale da simil normali non era in grado di cogliere”.

Saziarsi di vita, ultimo capolavoro di Maria Cristina Koch, mi offre queste parole, quest’immagine che sottolinea quanto ogni persona sia davvero unica, inimitabile e speciale a modo suo.

“Il dolore – copio dalla quarta di copertina -, la sofferenza, la mancanza… non sarebbe più utile leggerle in base alle potenzialità? Spesso la psicoterapia e la psicologia (e, aggiungo, la medicina) inquadrano la persona in schemi precisi, guardando all’altro solo in funzione di ciò che non funziona. Ma perché non privilegiare, invece, ciò che è particolare, speciale, unico, caratteristico (e, aggiungo, sano) di quell’individuo?

Il piacere di essere aiuto e sostegno per gli altri è immenso, ma diventare superflui il più presto possibile nel loro cammino verso la consapevolezza e l’emancipazione è ancora meglio.”


Come sempre la mia iconica amica (prendo in prestito la definizione di mia figlia!) coglie nel segno, andando dritto al punto. Fuor da ogni buonismo e dalla compagnia teatrale che anima la nostra personalità, possiamo affiancarci all’altro “chiedendogli il permesso di poter guardare anche noi dal suo specifico angolo visuale. Rispettando e onorando di per sé e garantendo di non alterare in alcun modo senza il suo permesso di condivisione quel suo specifico modo di guardare.” Scoprendo così che forse le “difese” che vengono imputate ai diagnosticati rappresentino, piuttosto, un loro effettivo potere – inteso come verbo, non come sostantivo – che non può essere strappato loro di dosso senza un consenso specifico ma che, invece, potrebbe essere convertito in un’importante capacità e competenza di cui andar fieri dopo aver appreso a utilizzarla al meglio?”

Sempre saggia, la Koch, che ha investito la vita “cercando come i cosiddetti deficit, diagnosi o patologie possano nei fatti essere il contenitore, il senso e il distillato del positivo utilizzabile”.

Il “positivo utilizzabile” trovo sia un’immagine di una forza straordinaria, perché ha un potenziale utile, concreto, riconoscente, nel senso che esprimendolo riconosciamo l’altro e l’altro riconosce noi. Ho usato il mio positivo trovando il coraggio di ringraziare il signore in ospedale per la sua garbata gentilezza e lui si è sentito visto e commosso mi ha fatto intuire di averlo riconosciuto.

Uno sguardo che nasceva dal cuore, come questo ritratto in cui mi identifico senza ombra di dubbio intagliato da una giovane e talentuosa amica. Ennesimo gesto che nasce dal cuore, rendendomi sempre più confidente della possibilità di saziarci di vita e accendere luci che non potranno spegnersi mai.

Post recenti

Mostra tutti

Amor proprio

bottom of page