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  • Margherita Pogliani

Venti agili e inossidabili

Nostalgia di un passato per tanti versi spensierato, finché non siamo diventati ostaggi dei pensieri. Mancanza di sorrisi, talvolta ignorati, finché non ci sono stati preclusi.

Sono andata a cercarli, custoditi in vecchi album di famiglia. Molti hanno ampiamente festeggiato un secolo di storia. Ma restano inossidabili. Scatti, sguardi, dettagli che emanano raffinatezza, armonia, spirito critico ma anche sfrontata voglia di sperimentare. Emozione. Meglio, commozione nel ritrovare quelle foto. In particolare, il suo sorriso. Un sorriso spontaneo e solare, con tutte le sfumature e le percezioni che il sole può dare: ora timido, ora infuocato. Ora leggero, ora velato. Ora caldo, ora avvolgente. Ora appagante, ora intrigante. Ora furbo, ora sofisticato. Ora malinconico, ora accennato.

La Margherita di un secolo fa era un'immancabile sorriso.

I suoi occhi trasmettevano con eleganza gli innumerevoli contrasti degli anni Venti: la cura, l’audacia, la curiosità, la fiducia in una trasformazione inevitabile. Con coraggio leonino e consapevole delicatezza sperimentava la "corrispondenza segreta con se stessa", diventando padrona delle proprie emozioni e pensieri. Non viceversa.

“Mi sono costretta in una certa misura a rompere ogni schema e a trovare una forma inedita di essere – cioè di espressione – per ogni cosa che sento o penso.“

Potrebbe averlo detto lei. Eppure, era una fanciulla, la mia omonima nonna, quando Virginia Woolf scriveva queste righe. Non so se le abbia lette allora. Semplicemente era cresciuta nei ruggenti anni ’20, tra charleston e Grande Gatsby, gli esordi di Chanel e di Greta Garbo, Charles Chaplin e Freud, Joyce e Virginia Woolf, Picasso e Dalì, Armstrong e la dodecafonia.

Chissà se si ispirava alle emancipate flapper girls, il cui nome deriva dallo sfarfallio delle ali al primo volo. Si lanciavano e imparavano a volare. In un’atmosfera di cambiamenti. Vere e proprie istigatrici di cambia-menti.

Erano anni inquieti, frizzanti, carichi di energia, sospesi tra il trauma della Grande Guerra e la crisi mondiale del decennio successivo. Il disagio psicologico e la tensione sociale, determinati anche dalle trasformazioni tecnologiche, erano l’altra faccia della spensieratezza e voglia di divertimento. Un contrasto che portò a esplorare universi spirituali, aspirando a un “ritorno all'ordine”.

Li ho sempre vissuti come ruggenti, idealizzando la giovinezza dei miei nonni. In realtà giusto un anno fa in questo periodo, visitavo con due carissime amiche la mostra “Anni venti in Italia. L’età dell’incertezza”, la cui introduzione commentava quel presente come “consapevole che la strada che prenderà potrà condurre a nuove distruzioni o, al contrario, a una catarsi e forse a una nuova età dell'oro”.

Come scegliere la strada catartica e non distruttiva? Ricordando. E cambiando. Libera-mente.

“Continuerò ad azzardare, a cambiare, ad aprire la mente e gli occhi, rifiutando di lasciarmi incasellare e stereotipare. Ciò che conta è liberare il proprio io: lasciare che trovi le sue dimensioni, che non abbia vincoli.”
(Virginia Woolf)

Era libera, mia nonna Margherita. Era indipendente nell’animo, agile espressione di spirito di adattamento, grazia, gentilezza e coraggio.

Era e tuttora è, per me, esempio di agilità emotiva. Quell’agilità che Susan David oggi invita ad adottare, stando nel presente, senza attese o pre-occupazioni. Esula dalla classica positività. Edulcorata dall’idealismo dell’ottimismo. La descrive come: “affrontare in modo sano sia la realtà del nostro presente che le emozioni che vengono con questa realtà. Per quanto lo vogliamo, non possiamo controllare ogni situazione, specialmente una pandemia globale. Non c'è alcun valore nel lottare per negare o sopprimere i sentimenti di ansia, disperazione o dolore. Questo ci fa solo sentire peggio. Condivide a una situazione difficile e accettarla, ci libera per andare oltre. L'accettazione è il prerequisito per un cambiamento positivo”.

Come lo è la gentilezza.

Dobbiamo essere gentili con noi stessi. Questi, come cent’anni fa, non sono tempi normali: stiamo cercando di vivere destreggiandoci nell’incertezza. Per trovare un equilibrio dobbiamo darci una pausa e lasciare andare il perfezionismo. Ora non è il momento della perfezione, del giudizio, ma del perdono e della flessibilità. Inventando una nuova routine per mantenere un senso di ordine. Ritrovando un ritmo, nel sonno e nella veglia, con piccole azioni che confermino i nostri valori.

Invoco la grazia degli anni ’20 come stile di connessione, ora più che mai fondamentale. Connessione emotiva, non per forza fisica. Connessione con la nostra famiglia, con i nostri amici o anche con semplici conoscenti. Connessione colorata da attenzione, fiducia, apertura, compassione, nel sentire insieme.

Non nego: ci vuole coraggio per stare in equilibrio. Ci vuole coraggio per connettersi. Perché ci esponiamo con tutte le nostre emozioni - anche quelle difficili e discordanti. Anzi, proprio quelle dolorose possono indicarci come prendere decisioni migliori e intraprendere azioni basate sui valori.

Per questo mi è molto utile rivedere la memoria del mio “heartdisc “e fare reset delle priorità che oggi non sento più importanti. Ricoloro i ricordi per filtrare quali atteggiamenti voglio adottare e quali cestinare.

Entrambe, io e la Margherita di allora, celebriamo i sentimenti, senza misconoscere quelli negativi. Perché il coraggio, il secolo scorso come ora, era convivere con la paura e fare del proprio meglio per elaborarla, per superarla.

Grazie a lei mi viene naturale aggiungere un sorriso. Interpretando questi anni Venti come l’età dell’agilità, intesa come poter fare, muovendomi con scioltezza e – perché no? – rinnovandomi con un pizzico di spregiudicatezza.

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