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  • Margherita Pogliani

Sustainability? Begin again


Sostenibilità? Ricominciamo...

Da anni predico bene e razzolo male: litri d’acqua, sacchi di contenitori plastici, elettricità a pioggia e centinaia di migliaia di bit inquinanti tra messaggi e Internet spesso totalmente superflui.

Sustainability? Begin again. Mi sembra doveroso, restando con i piedi per terra. Non raccontiamoci storie. Facciamole.

Paradossale che questo fosse l’intento di Storifai, la piccola realtà che ho lanciato 6 anni fa, quando ho voluto ricominciare in modo sostenibile. Proposito antesignano, innegabile.

Come anche i concetti chiave di Storifai: chiarezza, concretezza, connessione per sottolineare quel “fai” e quelle “storie”, tanto ostentate quanto misconosciute. L’obiettivo era creare ecosistemi correlati su più canali dove lo storytelling fosse il tessuto connettivo. "Insostenibile, ricomincia", suggerisce il Grillo Parlante. Annuisco: oggi storytelling è superato dalla necessità di storymaking, l'arte di sviluppare progetti partendo da una trame sensate.

Sviluppo e progetto, sono priorità da sostenere. Perché c’è bisogno, nell’ordine, di (s)viluppare, districare la matassa di sovrastrutture, abitudini, credenze che ci siamo costruiti, per poi progettare come stare al mondo, senza ignorare di cosa avrebbe bisogno il mondo a sua volta per stare con noi.

Già: di cosa avrebbe bisogno il mondo? Di sviluppi sostenibili, mi viene da rispondere.

E il nostro piccolo, piccolo mondo di cosa avrebbe bisogno? Anche lui di sviluppi e sostenibilità.

Mi piace, infatti, pensare allo sviluppo non solo come opportunità di sbrogliare sistemi complessi, ma come potenziale entelekeia, intesa come “la serie dei cambiamenti che si verificano in un organismo per passare da uno stato semplice a uno più complesso”. Fino a poco fa per me il concetto di sviluppo sostenibile era un leitmotiv in una camera oscura. “La nostra sfida più grande in questo nuovo secolo è di adottare un'idea che sembra astratta: uno sviluppo sostenibile”, aveva predetto vent’anni fa Kofi Annan. Un’espressione astratta, quasi dicotomica, se ricordo l’etimo di sviluppo (dis-viluppo, far qualcosa per mettere ordine in un intreccio confuso) e sostenibilità (abilità di tenere da sotto). La nostra sfida più grande significherebbe, quindi, mettere in ordine un intreccio confuso per reggere gli obiettivi di oggi senza pregiudicare quelli di domani.


Fatti, non parole. La mia parte concreta mi richiama all’ordine.

Come trasformare, dunque, tante parole in fatti?

Come mettere ordine e trovare compromessi tra costi e benefici?

Come affrontare con creatività il nostro piccolo presente?

Con tre magiche lettere: C+O+N.

Contribuendo, convivendo, connettendo. Collaborando, co-creando, costruendo. Con equilibrio. Ciascuno con la propria parte, affinché convergano nella conquista di conseguenze congeniali per chi continuerà confidando nelle nostre condivisioni.

Non vuol essere un esercizio di stile. Vuole essere una presa di posizione davanti a tante parole e pochi fatti.

Vuole porre la domanda “Come?”, perché l’urgenza è ormai scontata.

Come rendere sostenibile questa vita? Come svilupparla avendo cura di ciò che ci è stato dato?

Senza tanti voli pindarici, sento che una possibile risposta sia: tenendo i piedi per terra. Concretamente e metaforicamente, giacché proprio la Terra ci sostiene. La Terra con la sua superba cognizione vegetale. La Terra, “selvaggia, indomita, potente, indifferente alle nostre sorti, nuovamente rigogliosa. Senza di noi, prima di noi, dopo di noi”, come recita l’incipit dell’ultima spiazzante opera di Telmo Pievani, dove dimostra che “nell’evoluzione vige una spiazzante asimmetria: noi abbiamo bisogno della biosfera per vivere; la biosfera invece non ha alcun bisogno di un mammifero proclamatosi homo sapiens.”

Eppure, se è vero che “l’homo sapiens è sapiens proprio perché al momento giusto ha saputo trovare le alternative”, allora tiriamole fuori, queste benedette alternative, sapendo che nessuno di noi è indispensabile, nonostante ciascuno di noi senta il mondo sulle sue spalle. “Siamo gli ultimi arrivati in questa grande storia, meglio non tirarsela”. Riscopriamo la biofilia – conclude Pievani –, l’istintivo attaccamento emotivo ed estetico alla vita. Come? Notando quanto ogni movimento sia frutto articolato di equilibri impercettibili. Plasmando ciò che abbiamo per trasformarlo in ciò che vorremmo. Stringendo alleanze corroborate dall’umiltà di ammettere che siamo incredibilmente fallaci. Attingendo linfa vitale dal coraggio di utilizzare le nostre capacità insieme all’umiltà di riconoscere le nostre mancanze, per trovare nell’altro risorse complementari e perseguire insieme obiettivi sostenibili.

Poco? Troppo? Domanda irrilevante di fronte alla meraviglia di fare del nostro meglio per lasciare un futuro imperfetto, anche perché se fosse perfetto non avrebbe senso.

“Noi siamo il risultato di una serie di imperfezioni che hanno avuto successo. Il nostro cervello e il nostro genoma, due tra i sistemi più complessi che la natura abbia prodotto, sono pieni di imperfezioni. Sono le strutture imperfette a farci capire in che modo funziona l'evoluzione: non come un ingegnere che ottimizza sistematicamente le proprie invenzioni, ma come un artigiano che fa quel che può con il materiale a disposizione, trasformandolo con fantasia, arrangiandosi e rimaneggiando. Anche la storia naturale che ci ha condotto fin qui è un catalogo di imperfezioni che hanno funzionato, a partire da quella infinitesima deviazione nel vuoto quantistico primordiale da cui è nato l'universo”. (Telmo Pievani)

Ricominciamo da capo: siamo umani, terra terra. La nostra radice è hu- (da cui anche humus): "creature generate dalla terra”, viventi sulla terra, destinate alla terra, nonostante la nostra testa oscilli per aria. Possiamo iniziare di nuovo a riconoscere la posizione privilegiata che abbiamo nel mondo, nella natura. Già decenni fa Einstein sosteneva:

“Bisogna costruire un nuovo umanesimo altrimenti il pianeta non si salva”

Il rinascimento di un nuovo umanesimo: piedi per terra, schiena dritta, scelte che ci permettano di camminare a testa alta. Simpatia ed empatia come ricarica sociale. Consapevolezza, scienza e immaginazione come fonti di energie da sviluppare, non più da prosciugare. Relazioni autentiche per tessere reti attive di sostenibilità. In fondo non è mai troppo tardi per (ri)cominciare.

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