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  • Immagine del redattoreMargherita Pogliani

Margherita, non ti scordar di te



“Margherita, non ti scordar di te” mi hanno sussurrato questi fiori.

Ero lì, stesa sul prato della casa di Bèe, la cana al mio fianco e il cuore freddo, nonostante il sole. Era la prima volta che tornavo da quando era mancato Guido e temevo che il passato offuscasse il presente.

Avevo vagato per il parco, stordita dalle sensazioni, dalle emozioni. Poi mi sono detta: “Ferma, respira, ascolta…”. E girando la testa ho visto una margheritina così elegante nel suo stare ritta e radicata, così spudoratamente gioiosa nell’aprirsi alla vita. Sotto i suoi petali un Myosotis ondeggiava, quasi volesse dire: Non ti scordar di te.

Sorprendente (giuro che non avevo preso nulla che alterasse la coscienza!) e sibillino, giacché riflettevo proprio in quelle ore sull’ideale di un amore eterno sancito da promesse di fedeltà e cura che in realtà poi strappano i petali, uno a uno, insistendo con “M’ama, non m’ama”…

Domanda insidiosa, assolutamente fuorviante, giacché il vero quesito per me è: m’amo o non m’amo?

A ciascuno la sua risposta, senza strappi, per carità. Io sono tornata a giocare con la mia natura, senza calpestarla, anzi, imparando a rispettarla, contando i petali come occasioni prese e occasioni perse.

 

Quante occasioni ho perso inseguendo le tante cosa da fare prima che venga domani!

Ri-guardo quelle radici che mi hanno consentito di vivere finora nonostante le intemperie e mi domando quale rispetto ho dimostrato al sole che illumina la mia corolla?

Ci sono volute decine e decine di primavere, prima di tirar su la testa e riconoscermi rispetto. Eppure da secoli i nostri avi invitano a prestare la dovuta attenzione prima di esprimere giudizi. Una questione d’amore, sosteneva Fromm, valorizzato da Bakunin quando affermava: “Il rispetto per se’ stessi va di pari passo col rispetto degli altri”. In fondo è il fondamento della dignità umana, uguale per tutti.

 

Così ho riascoltato quella margherita nel prato e ho intuito la potenza di quel non ti scordar di te, intonando:

“Margherita, Margherita, Margherita adesso è mia”

Pensare che ho trascorso mezzo secolo a cantarmela: “Io non posso stare ferma con le mani nelle mani, tante cose devo fare, prima che venga domani. E se lei già sta dormendo, io non posso riposare, farò in modo che al risveglio non mi possa più scordare”. Letteralmente me la cantavo, dapprima imbarazzata per non essere all’altezza di dimostrare un tale effluvio d’amore, poi animata da quel senso del dovere che prevaricava qualsiasi sentire.

Mi identificavo in quel cocciuto Riccardo che ripeteva: “Io non posso stare fermo con le mani nelle mani”.  Mi sono sempre immedesimata a tal punto nel soggetto da non rendermi conto di poter essere semplicemente l’oggetto.

Invece, ora riconosco la Margherita che vuole l’amore, odia il rancore, ama i colori.

E ammetto, senza paura di suonare arrogante, di esser dolce (quando voglio), di esser vera quando amo e di farlo pure una vita intera. 

Ritrovo la magia perché Margherita è un sogno ed è il mio.

Assaporo il gusto, perché Margherita è il sale della mia tavola. 

Volo, perché Margherita è il vento, anche se spesso non sa che può far male.

Mi entusiasmo. perché Margherita è tutto ed è lei la mia pazzia.

Esisto, perché Margherita, Margherita, Margherita adesso è mia.

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