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  • Immagine del redattoreMargherita Pogliani

Eclissiamoci e stupiamoci, senza paura

Io non ho paura. O, meglio, io non ho più paura.

Mi ci è voluto mezzo secolo per realizzare che avevo paura, tanta paura. Ho vissuto nella paura di non farcela, di non essere all’altezza, di venir ripresa, persino scoperta nelle mie insicurezze. Sono stata eclissata da paure comuni, che celavano la paura più grande di tutte: quella di esser felice, quella di lasciarmi pervadere dalla meraviglia dalla vita, accogliendola come è. Senza se e senza ma. Senza dubbi e incertezze. Senza dover per forza capire, semplicemente potendomi stupire.

 

L’eclissi totale che ha attraversato il Nord America è stata per me la prima esperienza consapevole di una forza che possediamo tutti, dalle piante alle persone: la capacità di meravigliarci.

Per decenni ho inscenato ora il sole, radioso e vitale, ora la luna, incantata dalla propria oscurità. A fasi alterne illuminavo e condizionavo, bruciavo e rigeneravo, generavo e distruggevo con i miei raggi, con le mie maree.

Finché non mi sono fermata, come trasportata al di là di qualcosa che rientra nell'ambito dello scibile: la morte, l’eclissi. Lo stupore di fronte a fenomeni che sono talmente più grandi di noi da non poterli governare, comprendere, elaborare. Semplicemente avvengono e si possono solo accettare, intuendone la potenza che va oltre ogni ragione, oltre l’isolamento, oltre la disconnessione.



“Oh…

Wow…

Incredible…” si sentiva esclamare da ogni luogo in diretta con NASA. In effetti, come stupirsi di tanto stupore? Ci si stupisce, nonostante sia incredibile ammirare la terra che si oscura, il silenzio irreale, il freddo che cala improvviso, la luce che corona le tenebre. "Lo stupore che proviamo durante un'eclissi totale ci fa pensare al di fuori del nostro senso di sé. Ci rende più attenti alle cose al di fuori di noi", hanno spiegato i ricercatori delle più prestigiose università americane, sottolineando quanto lo stupore ci ricordi che siamo una piccola parte di qualcosa di molto più grande.

 

"È un'emozione che si prova quando si percepisce qualcosa di vasto e che sfida la propria visione del mondo. È il sentimento che si prova nei confronti di un oggetto o di una persona che è così straordinario da essere al di là della comprensione".

E il risultato può cambiare la vita. Come scrive Dacher Keltner nel suo libro Awe, lo stupore può placare "la voce assillante, autocritica, prepotente e consapevole del nostro io, o ego" e ci autorizza "a collaborare, ad aprire la mente alle meraviglie e a vedere i modelli profondi della vita".

 

La semantica della parola Awe è legata alla paura, alla soggezione e forse proprio per questo, se vissuta con umiltà può diventare, come sottolinea Keltner, “un'emozione positiva: la si prova quando si incontrano cose che non si capiscono. La meraviglia segue le esperienze di stupore perché si vuole spiegare il mistero che c'è". Ecco che il senso di trascendenza nella religione si avvicina a quello che vede lo scienziato quando ammira simili fenomeni. In altre parole, lo stupore è ispirato da qualcosa di più grande del proprio io o della propria esperienza, e percepirlo aiuta ad ampliare la comprensione del mondo. Insieme. Già, insieme ampliamo la comprensione del mondo, andando all’essenza di quell’abisso di note e armonie che ci proietta in un universo altro. E alto.

 

Proprio dall’alto della cima dell’Everest, davanti alla sua prima eclisse, una celebre alpinista ha affermato: "È lì che si trova la magia. Non nel passato, non nel futuro... semplicemente qui e ora".

Ecco, “semplicemente qui e ora” è il concetto che voglio ricordare oggi: non abbiamo bisogno di un’eclisse di oltre 4 minuti per realizzare di esser parte di qualcosa di molto più grande di ogni umana immaginazione. Basta liberare i sensi, sinestesia in primis, abbandonarsi ad essi. Un profumo che ci fa girare la testa, un sapore che evoca il gusto di un passato mai dimenticato, una nube che ridicolizza ogni previsione, un fremito che ci ricorda quanto siamo fatti di carne, una musica che eleva l’anima oltre ogni spazio e tempo.

Non a caso il termine eclissi deriva dal greco "abbandono". Un abbandono in grado di far terminare guerre, come attestò Erodoto quando raccontò: "Proprio mentre la battaglia si stava scaldando, il giorno si trasformò improvvisamente in notte. I Medi e i Lidi, quando osservarono il cambiamento, smisero di combattere ed erano ansiosi di concordare i termini della pace”. Era il 28 maggio 585 a.C., in quella che oggi è l'Anatolia e la guerra continuava da sei anni, senza segni di cessazione. L'eclissi solare pose fine allo spargimento di sangue.

 

Ora, io mi domando perché abbiamo bisogno di eventi impressionanti come la serie di coincidenze celesti che ci permettono di vivere un'eclissi solare totale, per ricordarci che dietro ogni buio ci sono sempre filamenti di luce e che possiamo smettere di tormentarci con guerre intestine e globali con la semplice umiltà di ammettere l’infinito universo che ci ospita.

Basta corse, previsioni, difese. L'eclissi evoca la meraviglia infantile, quando la consapevolezza del celeste abbracciava la terra, i sogni e la realtà. L’eclissi ha ricordato a tutti, nello stesso attimo, che la vita è un filamento di luce tra un ciclo lunare e uno solare. È stata un richiamo all'esperienza collettiva di essere vivi, alla danza tra spiritualità e scienza e al puro stupore di far parte di una rete di coincidenze molto più ampia della storia che ci raccontiamo.

E nella moderna società laica, ha offerto un senso di appartenenza, un momento collettivo come l'espressione religiosa della preghiera e della gratitudine. Questione di trascendenza? Non solo: scientificamente la meraviglia, a lungo trascurata, è diventata un'area di studio sempre più di moda negli ultimi due decenni. Come la gratitudine, la gentilezza, l’intelligenza emotiva.

 

Una margheritina che sboccia, il gorgogliare dell’acqua, la spudorata gioia di un bambino, una lacrima sul viso, le fusa di un gatto, la devozione di un cane, una chiamata inaspettata: siamo quotidianamente animati da infiniti spunti di stupore ma raramente ci autorizziamo a goderne.

Lo stupore ci pervade sempre e ovunque, se con umiltà ci lasciamo assecondate dalla sua magnificenza. E – meraviglia! - la compassione sgorga compagna, libera di esprimersi, perché davvero possiamo provare pathos insieme, davvero possiamo attraversare il buio insieme, sapendo che presto o tardi la luce tornerà e ci ritroverà insieme, con occhi lucidi a bocca aperta, perché abbiamo condiviso il miracolo della vita, della morte e di un amore che forse si manifesta solo in un istante di totale abbandono, nello stupore di un’eclissi condivisa.

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