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  • Margherita Pogliani

Il coraggio della gioia

Aggiornato il: mag 7

È sempre stata lì. Lì davanti a me, la gioia.

Scodinzola con l'amore incondizionato della mia cana.

Si agita sull’ottovolante quotidiano con i gemelli.

Salta nei conigli che mi corrono incontro.

Sonnecchia, in un gatto che sembra appagato solo quando mangia o dorme, mentre lo è veramente quando si sente libero, dopo aver scalato un muro per fuggire dal giardino.

Rincuora con le parole chi ci conosce bene e ci domanda se va tutto bene.

È tutta lì, la gioia, in un abbraccio caldo e stretto.

Lampeggia in una foto d'amore che sbuca per caso.

È una telefonata inattesa ma anche un’amicizia attesa.

È un post casuale, ma sembra indirizzato proprio a me.

È lì, in un mughetto sulla scrivania che mi ricorda la mia prima gioia professionale: quando intervistai e condivisi su ViviMilano l’entusiasmo con cui il sig. Scaccabarozzi, fiorista gentiluomo, coltivava i suoi mughetti per omaggiare le lavoratrici ai primo maggio. Ogni anno le sue piantine inebriano l’aria del negozio, della via, dell’isolato. Da 40 anni trasmettono la gioia di un lavoro che è impegno, fatica ma soprattutto felicità spassionata. Da quasi mezzo lustro ammiro queste campanule delicate, ma solo ora ne sento il profumo. Intenso e avvolgente, dolce e fresco. Sempre fresco, come la gioia, una sferzata d’energia dai molteplici colori.

Gioia è svegliarmi pensando: “Non vedo l'ora....”

È un brivido impalpabile, così semplice e scontato da berlo in un sorso, senza rendersi conto della sua bontà. Come una pausa caffé, così preziosa ma troppo spesso inghiottita tra mille impegni. Già: sembra che ci adoperiamo in ogni modo per non riconoscere i momenti di gioia, soffocata dalla mente che devia l'attenzione sui rischi, le credenze, i marosi di esperienze passate.

Siamo tentati di lasciarci andare, ma la memoria ci riporta dentro vasche di riflessioni e giudizi. I lampi di entusiasmo vengono banditi. Invisibili, perché ci siamo chiusi nella nostra camera oscura.


“Come stai?”

“Bene?”

“…”

Eccola l’incredulità latente che scatena una disillusione difensiva. Quasi ci vergognassimo di provare gioia e dovessimo scusarci.

“Rinfacciate i difetti, evidenziate gli errori, vi impuntate sulle assenze. E la bravura, il bene, il bello dove li lasciate?” mi ha chiesto mio figlio l’altra sera.

Saggia domanda, a cui ho cercato di rispondere arrampicandomi sui vetri e ammettendo che in effetti, forse, a ben pensarci… già, dove le cacciamo?

Ricordate quanti: “Bravo!”, “Ammmmoooore!”, “Mitico!” abbiamo detto a qualsiasi bambino ci sorridesse, mangiasse, eccetera, eccetera?

Dove è rimasto quel “Bravo!”, quella sensazione di condividere una gioia senza alcuna remora?

Non so. Ma ho l’impressione che dopo il primo anno di vita lo chiudiamo in fondo al nostro cuore e buttiamo la chiave, così siamo giustificati a spendere una vita intera per cercarla.

Come se qualche mese di “Bravo!” e di gioia andassero messi in sicurezza, perché in fondo non sono coerenti con la morale doveristica e riflessiva che la nostra cultura ci impone.

In fondo non le meritiamo; in fondo è solo fortuna; in fondo svaniranno, fulminee come sono comparse.

Sembra incredibile, eppure la tensione a superare difficoltà e dolori per ritrovare quella chiave ritma la nostra vita. Silenziando il cuore: non sia mai che esploda di gioia!


Ci vuole un bel coraggio a condividere la propria gioia...

Sinceramente, ci vuole più coraggio a esprimere gioia che dolore. Associamo il concetto di coraggio alla scelta di affrontare le nostre paure, di mostrarci nella nostra fragilità, di esporci e sostenere una posizione, difendere, combattere, proteggere. Vado avanti? Anche no. Perché ce la stiamo raccontando. Proviamo a tirar fuori il coraggio: mettiamoci una mano sul cuore. Sì, proprio sul cuore.

Cosa sentiamo? Un battito, due, tre... Cor habeo, ho un cuore. Ma anche cor ago. Come mi insegnano i compagni di Cocrea: “coraggio vuole dire agire con il cuore, e quando accade, è molto probabile che salgano delle paure. Il punto, infatti, non è fare cose che ci spaventano, ma scegliere di fare le cose che per noi sono importanti e che richiedono l'impegno di attraversare quelle paure. E' proprio la scelta di sfidare le nostre paure che definisce il coraggio e che ci rende molto più liberi di quello che crediamo di essere. Andare aldilà del sistema automatico di difesa del nostro ego, ci permette di osare, sperimentare, sbagliare e scoprire nuove possibilità”.


"Coraggio, non temete!" incitava il profeta Isaia agli smarriti di cuore.

L’ho sempre letta riferita a un popolo abbattuto dalla fatica, ma mi viene voglia di rilanciare con una lettura più semplice: non temete, abbiamo tutti coraggio. Abbiamo tutti un cuore che cela una gioia primordiale: la gioia di esistere, anche nei dolori. Perché c’è un cuore che batte.

Ho avuto la fortuna di sentirne battere quattro per il coraggio di una scelta: il mio, quello di Viola, di Francesco e di Leonardo. Erano poco più di tre minuscoli embrioni ma già allora trasmettevano una resilienza coraggiosa. Onestamente la scelta di provare a portare avanti una gravidanza contro ogni pronostico clinico appariva irrazionale. Ma il cuore diceva il contrario e la scelta di seguirlo è sembrata ovvia: era così naturale...


Sono sognatrice, idealista, positiva. Se agisco con il cuore, lo butto oltre l’ostacolo, innegabile. Ma il coraggio è una scelta, non un'inclinazione. È una luce, non una decisione. È pura luce del cuore.

Una luce che trasforma un organo in intelligenza. Come dal carbone al diamante, passare dal nero all'arcobaleno è questione di filtri. Il filtro della sensibilità, quello della consapevolezza e un otturatore di vergogna. La vergogna di ammettere che la chiave della gioia era sempre stata lì in fondo al cuore.

"Joy is the serious business of Heaven": la cerchiamo come se fosse una pozione magica e a volte la colleghiamo a diversi obiettivi o risultati. La verità è che la gioia non appartiene al mondo esterno. È l'orto privato del nostro cuore, che possiamo visitare ogni volta che vogliamo nutrirci in modo sano.


“Che cos'è la bellezza?”, domandava Vladimir Solov'ëv. Che cos'è la gioia? - mi permetto di traslare. Guardo il carbone e il diamante: chimicamente sono la stessa materia. Allora perché il carbone è brutto e il diamante è bello? Perché il carbone fissa tutta l'attenzione su di sé, mentre il diamante si lascia attraversare dal sole e dalla luce. Cogliere questa differenza per me significa riconoscere a questo muscolo la possibilità di saltare di gioia. Con i suoi limiti e la sua fragilità. Ricordandomi che ha sempre tanto da insegnare. Quando si apre. Non quando si chiude. Quando si mette, non quando si toglie. Quando crea, non quando si difende. Quando gioisce, battendo follemente, anche solo per un sorriso.


È ora di agire con il cuore. Di sentire i cuori. Di gioire insieme. Di accoglierci con vulnerabilità, senza vergognarci se il nostro tallone d’Achille è avere un cuore sensibile al gaudio.

"Se abbiamo il coraggio di rischiare - sosteneva anche Joseph Campbell - allora la vita, in qualche modo, si apre e ci viene incontro. (...) Partecipiamo con gioia ai problemi del mondo. Non possiamo curare il mondo dalle sofferenze, ma possiamo scegliere di vivere nella gioia".

Ammettiamolo: si può fare. Ne abbiamo voglia. Ne abbiamo diritto.

Il tempo si può trovare. Senza perderlo a cercare il più potente filtro che già qui, dentro di noi.

Diamo alla luce questa gioia. Anche lei nasce dalla pancia.

In fondo ci appartiene: è il nostro sesto senso.


PS: Un grazie di cuore a chi ci mette il cuore, sempre, non solo il primo maggio o al bisogno.

Un grazie di cuore a chi partecipa alle gioie altrui.

A chi ha il coraggio di condividere.

A chi ha la sensibilità per riflettere senza invidia, ma al contrario con profondissima riconoscenza.

Un grazie di cuore a chi sorride alla vita.

A chi è felice delle gioie altrui.

A chi mi offre spunti ed esempi di gioie vere e concrete, perché condividerle è la chiave che mi fa battere il cuore. È il mio senso.

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