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  • Margherita Pogliani

Inno alla musica


"Egli scrive la propria condanna a morte, quando lo splendore del suo aspetto divino distrugge l'amata. Non è forse distrutto l'uomo che desidera il Dio?" (Wagner)



Cala il sipario su un’estate anomala, in villeggiatura d’altri tempi.

Musica lacustre, note per il cuore, melodie per gli occhi, lirica per la mente.

Più che un inno alla gioia, un inno alla musica che “parla dove le parole non arrivano”, come sosteneva Beethoven.

Ma quando l'armonia viene soppressa con il silenziatore sento l’urgenza d’intonare un’azione corale, tesa su tamburi battenti, pervasiva nel suo risuonare, preludio di una sensibilizzazione combattuta a suon di archetti e fiati. Perché non riesco a dare un senso a questa esecuzione capitale di qualsivoglia intonazione dissonante con il fanatismo imperante.

Non mi capacito dell’oscurantismo feroce, del fondamentalismo fobico verso una delle più ataviche espressioni di vita: la musica.

Non riesco a immaginare un universo sordo, soffocato in un silenzio irreale, pregno di giudizi e pregiudizi, grondante d’odio e confronti, privo di qualsiasi sorta di melodia.

Vedo spartiti e strumenti spinti a forza verso un precipizio spaventoso. In sottofondo dibattono cori di uomini e donne tracciando iperbole sempre più accese.

Una spirale in caduta libera, Lacrimosa come nel Requiem di Mozart: lo scontro è drammatico, non sembra avere vie d’uscita. Per fortuna ricordo che la musica di Mozart trasmette pietas, non pietà. La pietà è inutile espressione di compassione per i mali altrui, è scivolosa commiserazione. La pietà ha dimenticato nella nostra lingua il suo senso originario: una devozione coscienziosa, un ascolto rispettoso. Curioso che il francese abbia sia pitié che piété, l’inglese pity e piety mentre l’italiano dice semplicemente: pietà. Patetica compassione, persino ridicola quando ne deriva un termine come pietanza. Eppure, pietanza sgorga davvero da pietà, dalle vivande date in elemosina.

Non sto elemosinando pietà, sto intonando la pietas perché non mi rassegno al silenzio.

Non mi rassegno al vittimismo. Non mi rassegno all’orrore della repressione, né alla paura.

Quindi premo “Play”, senza orpelli ideologici.


Premo “Play” per diffondere un primo ciclo di accordi, mettendo in onda una traccia aperta a contaminazioni, invitando all’ascolto e alla partecipazione.

Non serve alzare il volume quando si vogliono creare correlazioni di valore. Basta incontrare gitani d’anima, come quelli che dirigerà Maria Cristina Koch nel suo puzzle di variazioni sul tema: Dare un senso al mio vivere.

Un per-corso di condivisioni cui parteciperò con entusiasmo insieme a orchestrali "sul pezzo", che spazieranno dal talento alla filosofia dietro le sbarre, dal sognare al navigare, dall’apprendimento alla trasformazione, cadenzando le voci in un sistema di networking, coaching, counceling, facilitators.

Una sinfonia di formazione, intesa non solo come παιδεία ma come possibilità di plasmare una μορφή, una forma reale, strettamente legata alla sensibilità di chi sarà presente.

Come la persona, la musica è, infatti, trasformativa.

La musica esiste in noi, oltre le assonanze e le dissonanze.

La musica non redime ma permette un confronto nella vita stessa.


“La musica, intesa come espressione del mondo, è una lingua universale al massimo grado (…)

La musica è un quietivo della volontà; non lo redime per sempre dalla vita, ma solo per brevi istanti, e non è ancor una via a uscir dalla vita, ma solo a volte un conforto nella vita stessa” (Schopenhauer)


È pietanza universale, corroborante come un caffè, soffice come spuma, libera d'agire come il lievito madre.

Ha un profumo complesso, dapprima intenso, poi toccante, infine coinvolgente.

La musica non è mai uguale a sé stessa: si trasforma in ogni passaggio, in ogni interpretazione.

È energia che diventa potenza e cadenza le nostre giornate ora tingendole, ora ambientandole, spesso nutrendole.

Langue, zampilla, fluisce, adagio, allegretta, andante, vivace, evaporando in onde variopinte o in un applauso commosso.

Bella e straziante come la lettera d’amore che pervade l’Adagietto della Sinfonia n.5 di Mahler. “Amore! Un sorriso entra nella sua vita”, la commentarono.

Esuberante e folle come il Tornado di Zappa, evanescente e alchemico come Mercy di Richter, intellettuale e tangibile come il segreto della vita che si schiude tra le note del Preludio di Abel.

Talvolta realista e amara come vestir la giubba de I Pagliacci di Leoncavallo, talaltra affascinante e vivace come una danza della Dring.

Emozionante e rarefatto, come un notturno di Tabakova, che invita a “Non porre mai ostacoli al proprio ascolto”.

Già: non poniamo ostacoli all’ascolto. Non facciamo finta di non sentire o di sapere già come andrà a finire. Perché il senso lo troveremo alla fine. Forse. Alla fine di un ciclo, alla fine di un’opera, alla fine di un ascolto.


“La musica non può mai essere di più, o di meno, di quello che sei come essere umano”

(Nadia Boulanger)


Che poesia questa considerazione di Nadia Boulanger. Dicono che “Mademoiselle” odiasse la musica da piccola; poi a cinque anni una campanella antincendio la folgorò e da allora adottò un rispetto per il passato che la spinse a plasmare la musica del futuro.

Ancora oggi la definiscono una “forza della natura”. Curioso: anche a me hanno attribuito spesso questo complimento. E parimenti l’ho rivolto io a persone che stimo.

Forza della natura per il tono, il ritmo e il carattere d’insieme. Una forza riconosciuta dopo averla ascoltata. Dopo aver risuonato insieme e in contrasto, tra incisi, pause e movimenti vari, in una circolarità di impressioni che, come la musica “non è fatta di note corrette, ma di passione, dedizione, intenzione travolgente” (Allevi).

Eccola, l’intenzione che ci anima: suonare e risuonare l’alba di un nuovo giorno.

Solisti, orchestrali, direttori, tecnici, cantanti, attori. Purché non si resti semplici spettatori, perché un mondo senza musica è come una vita senza colore. Non ha senso.

E noi non vogliamo assistere a un Requiem insensato. Vogliamo (ri)suonare in armonia di senso. Perché in fondo una rivoluzione può partire anche dentro ciascuno di noi, tra le solide mura delle nostre confortevoli e fortunate case, concertando nuove colonne sonore, pacificanti, evolutive, condivisibili.

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