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  • Margherita Pogliani

Questione di simpatia

“Ispiri simpatia...”

Wow: bel complimento…

Un attimo: davvero, che bel complimento!

Abbiamo talmente ridotto il significato originario che l’aggettivo “simpatic*” da renderlo distante, debole, leggero, persino infantile. “Sì, è simpatic*”: tipica risposta elusiva per famigliari e amici curiosi.

Invece credo dovremmo rivalutare non solo la parola ma la portata della questione.

Orientando la bussola sulla simpatia.

Sembra che la pandemia abbia soffiato via anche la “polvere di simpatia”, che nel Rinascimento serviva a risanare più velocemente le ferite. Pensare che ne avremmo così bisogno…

Ne avrebbero così bisogno i nostri figli, tornati in presenza con il sistema simpatico allertato solo sulle emozioni negative da un contesto scolastico teso a concludere programmi e giudizi anziché sperimentare creatività e condivisione.

Non dico sia facile: abbiamo cercato di tenere i nervi sotto controllo per oltre un anno, sperimentando calma, riposo, tranquillità, isolamento.

Peccato che il sistema simpatico sia motore non solo di stress ma anche di entusiasmo, slancio, azione.


Senza tirare in campo magie speculative, trovo la simpatia imprescindibile in qualsiasi relazione degna di questo nome. Non penso solo all’amicizia, il cui cuore batte su note simpatiche.

Penso a rapporti di lavoro, di conoscenza, di apprendimento. Penso a percorsi di crescita, di consapevolezza, di stima e fiducia.

Tristezza, ansia, solitudine sembrano ormai più diffusi del raffreddore. Paralizzano peggio di una polmonite. Tic, patologie nervose, insonnie sono i nostri nuovi incubi, 'immunizzati' spesso da cure che impediscono di trasformare la fragilità e attraversare la tristezza, entrambe espressioni di vita, non di malattia.

Quanti ragazzi sono tornati in presenza recalcitranti, spinti a forza e inutilmente motivati a riprendere una vita normale. Perché normale per loro non lo è affatto. L’adolescenza è l’età dell’emancipazione, della socialità, delle “simpatie”. Ma dopo un anno di assenza, chiusi tra mura dove persino i silenzi vengono giudicati, i ragazzi sono comprensibilmente disorientati, perché disabituati anche solo a "sentirsi" vicini.

“You have my sympathy” dovremmo ripetere loro. In inglese, pondertato, perché significa “hai tutta la mia comprensione”.


“You have my sympathy” dovremmo sussurrare anche a noi, agli amici, ai colleghi, ai docenti che sinceramente non penso vogliano solo chiudere i programmi, ma non sanno come (ri)conoscersi con questi studenti che in fondo non hanno mai potuto vedere. Perché – come commentavamo con alcuni genitori nelle chat di classe - “siamo una società prettamente prestazionale e questa è una fase storica che dobbiamo cogliere come opportunità di cambiamento per fermarci e pensare, ascoltarci e scegliere”.

Finché ci limitiamo a giudicare vediamo rosso: voto reattivo (e negativo). Scegliendo, invece, di notare le sensazioni comuni, ecco scattare il verde: moto (basta voto!) positivo.

Mettiamoci in moto con simpatia (σύν «con» e πάϑος «sentimento»).

Legittimiamoci in una reciprocità di emozione, interesse, apertura, sintonia, energia condivisa: «come una singola corda tesa che, toccata a un'estremità, trasmette il movimento all'altra estremità».

Scomodo Plotino perché penso davvero che questi principi andrebbero insegnati a scuola, insieme alle “paroline gentili” che attirano simpatia: grazie, per favore, scusa, posso?


Come facciamo a restare insensibili? Per me è impossibile. E, a prescindere dal fatto che Martino, come per fortuna gli altri miei nipoti e figli, hanno il sistema simpatico ampiamente sviluppato (fin troppo, in tutti i sensi!), intuisco in questa sua lezioncina la grandissima possibilità di esistere non “in simpatia” ma con simpatia.

Entrando in armonia senza la pretesa di fare la magia. Sentendo l’alchimia della vicinanza.


Non servono tante parole: ascolto, gentilezza, accoglienza. E un pizzico di follia.

Di gaudente e fanciullesca follia. Di consapevole follia, ricordandoci – come insegna Lumera presentando, La Lezione della Farfalla – “che al di là di ogni ruolo possiamo recuperare la leggerezza esistenziale. Meglio morire dopo una vita vissuta liberamente in questa follia che nel costante timore del giudizio altrui. C’è un po’ di follia in ognuno di noi.”

Prendiamola con simpatia, dunque, questa congenita follia. Coloriamola con l’adrenalina della sperimentazione e con il sorriso della gratitudine. Perché la simpatia è una delle doti più preziose che abbiamo. Come una forza magnetica, un filtro magico da coltivare con cura e donare con generosità, inspiriamola. E ispiriamola al pari di Van Gogh con suo fratello Theo:

Dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita

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