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  • Margherita Pogliani

Il volo delle farfalle

“Ma da queste profonde ferite usciranno farfalle libere”

Un angolo pieno di candide farfalle. Farfalle origami create dagli studenti del liceo scientifico di uno dei miei figli, che ne ha portate a casa due, una per me e una per sua sorella.

Un pensiero gentile e consapevole contro la violenza, che mi piace pensare esteso non solo alle donne ma a tutto: ai bambini come agli anziani, a maschi come a femmine, alle piante come agli animali, agli oceani come ai marciapiedi che calpestiamo ogni giorno. Sì, perché calpestiamo e distruggiamo troppo spesso ciò che ci circonda, dandolo per scontato, sebbene scontato abbia valore solo per la merce in vendita.

Una vita non è scontata. Una farfalla non è scontata: ha dovuto già affrontare un ciclo di vita sorprendente. Ha avuto la forza di “cambiare abito” almeno tre o quattro volte prima di mutare definitivamente e liberarsi dalla sua crisalide. Ha subito una metamorfosi faticosa, forse dolorosa per uscire dal suo bozzolo duro e coriaceo prima di spiccare il volo.

“Ciò che per il bruco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla”

Profonda summa di una vita che spesso – e volentieri – tendiamo a lasciar accadere piuttosto che assumerci la responsabilità di uscire da una situazione che ormai sta stretta, per non dire peggio, perché anche avere il coraggio di denunciare una violenza, sia essa fisica o psicologica non è affatto scontato. E non basta una giornata dedicata a “Las Mariposas” dominicane per risparmiarci un prezzo troppo alto durante i restanti giorni dell’anno. Non basta - concedetemi la metafora - un Black Friday per compensare sacrifici che si possono protrarre per una vita intera. Sacrifici in ogni senso: economici, sociali, relazionali, d’espressione. Sacrifici che privano qualsiasi essere, animato e inanimato, della libertà di esistere e – volendo – di uscire dal suo buco nero.

Temo non basti educare i nostri figli contro la violenza in genere. Come non basta un progetto di pari opportunità per dire: “Basta!”. Serve sensibilità, coraggio, gentilezza per spiccare Il volo delle farfalle.


“Come si dice?”

“Grazie”

“E prima?”

“Per favore”

“Quindi?”

“Scusa…”

“Brava: ora sì che sei gentile. E non fare quella faccia: sei troppo sensibile”

Come il cane di Pavlov ho sempre associato il grazie o “che gentile” come un riconoscimento, una grazia ricevuta. Fin da bambina la gentilezza era quella formula magica per stare con e tra gli altri in pace. Un modo per esser vista e apprezzata.

“Devi essere gentile” con chi è più sfortunato, più piccolo, più fragile, più anziano. Al contempo “non puoi essere così sensibile”, come se la gentilezza e la sensibilità fossero risorse astratte da aggiungere o togliere a piacere. Che forzatura: un conto è dover essere gentili ma non così sensibili, un conto è poterlo essere, anche con noi stessi.

Entrambe sono forze impressionanti, straordinarie, peccato si si manifestino come tali solo quando le assumiamo come nostre alleate. Di più: come nostre doti naturali da esprimere con fierezza. Perché la gentilezza non è una captatio affettata. È una dote da scoprire con sensibilità. Da coltivare con sensibilità. Da condividere con sensibilità.

La violenza, di contro, è imposta, è forza eccessiva”, come la radice stessa esprime: “vis”, ciò che vince, opprime e distrugge. Il bruco fa violenza a se stesso per distruggere la crisalide e trasformarsi in farfalla libera di volare, senza limiti, senza giudizio. Perché noi facciamo così fatica a trasformarci liberandoci dalla violenza del giudizio degli altri e soprattutto nostro?

“Pensa a te stesso Fai il tifo per l’altro Mai sacrifici, solo investimenti”

Il mantra della mia amica Maria Cristina assume oggi un colore potente, perché ora capisco che fermarsi e pensare a se stessi non è egoismo; è onestà, di ammettere le esigenze che abbiamo veramente, non quelle che gli altri proiettano su di noi o che noi vogliamo vedere negli altri.

Questa è autentica gentilezza: trovare un equilibrio interiore, che non ha bisogno di niente e nessuno per esistere. Riconoscerci nel nostro intimo, nel bene e nel male è un atto gentile che ci permette di assumere in modo originale tutte le caratteristiche e le capacità che sono solo nostre. Le davamo per ovvie, persino oltraggiose se ostentate; imparare a rispettarle, con pazienza e perseveranza ci permette, invece, di offrirle senza aspettative e timori. Perché gentilezza è anche il coraggio di ascoltarsi senza giudizio, di stare in compagnia di persone genuine per cui si prova stima e simpatia, non la necessità di riconoscimento e amore.


“Gentilezza - come ha sottolineato recentemente Daniel Lumera in diversi incontri - è la scelta libera, profonda di non aderire alle reazioni bensì di restare lucidi e presenti. È una scelta che esprime reale interesse sia a livello intrapersonale che interpersonale.

Un atteggiamento gentile costruisce ponte dentro di noi e fuori, attraverso una comunicazione diretta, profonda, che contiene rispetto, empatia, cura dell’altro e manifesta una strategia evolutiva estremamente efficace, perché è un gesto incondizionato di presenza..

La gentilezza è concretezza: si manifesta nel sentire, si eredita geneticamente e si può allenare, come un muscolo ogni giorno, coltivandola dentro di noi, a partire dai nostri pensieri, emozioni, cura, attenzione verso noi stessi. C’è un riscontro fisico e se la trasformiamo in azioni, scelte, comunicazioni, progetti, arriviamo all’essenziale di riconoscere la ricchezza della diversità”. Diversità non più da difendere e celare, ma da offrire come un unicum, accogliendo la gentilezza dell’altro come una ricchezza costruttiva.


Perché insisto tanto? Perché riscoprire la possibilità di sentirsi, guardarsi, parlarsi con gentilezza mi porta pura energia vitale, armonia, benessere. Ed è contagiosa, non solo perché siamo una delle specie più predisposte alla cura, ma soprattutto perché ci alza in una dimensione “sacra”.

Trattiamoci bene, dunque. Trattiamoci con gentilezza.

Prendiamo tempo per noi, facciamo ciò che ci illumina il cuore, torniamo a volare in modo naturale.

E, infine, ringraziamo ciò che siamo perché anche noi abbiamo già vissuto e vivremo metamorfosi.


La forma cambia quando privilegiamo scelte, azioni e relazioni gentili, quando andiamo via da chi gentile non è. A scuola stamattina mi ha colpita questa panchina, con citazione di Asimov: “la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”. Non abbiamo bisogno di un rifugio. Non abbiamo bisogno di niente e nessuno per essere gentili. E visto che incapaci non siamo, prendiamo sul serio un semplice: “Grazie” o “Come stai?” Non sono frasi scontate. Sono ali di libertà, da proteggere con attenzione e gratitudine.


Thanksgiving: rendiamo grazie, dunque, oggi e sempre per ciò che siamo e per ciò che possiamo.

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