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  • Margherita Pogliani

Apiamoci

La felicità dell’ape e del delfino è di esistere. Per l’uomo è di saperlo e di meravigliarsi di questo. (Jacques Yves Cousteau)

Un refolo di vento trasporta un sentore di incredibile delicatezza, forse uno dei più buoni che si possano sentire. Con il suo profumo di albicocca, gelsomino, spezie, miele, l'osmanto regala il buon umore. Non è una considerazione soggettiva: in Oriente questa siepe è considerata di origine celeste e coltivata intorno ai templi buddisti per favorire l’elevazione spirituale. Narrano che l’osmanto sia il dono paradisiaco di una divinità che, impietosita dalle sofferenze dell’umanità, ne avrebbe sparso i semi sulla Terra per lenirne i tormenti con il suo profumo rigenerante, stimolante, rivitalizzante, afrodisiaco. Perché evoca una profonda calma, parla di romanticismo, serenità e capacità di superare i momenti più duri e freddi della vita.

Non a caso l'osmanto è uno dei fiori che le api prediligono, come volessero donarci conforto e cura. Cura per lenire il rettiliano che ha preso il sopravvento. Nessun giudizio, semplice osservazione: attacca o fuggi è il primo istinto per sopravvivere. E tali ci sentiamo: dobbiamo sopravvivere.


Ma il nettare dove lo lasciamo? Sappiamo ancora meravigliarci per il solo fatto di esistere?

Troppo spesso ignoriamo la magia che ci circonda, perdendo tempo a pensare come preparare un piano perfetto in ogni dettaglio, anche il più inutile. Non agiamo più per una dinamica sociale ma come un branco di animali in fuga. Eppure, come scrisse Kant: “L’uomo non è destinato a far parte di un gregge come un animale domestico, ma di un alveare come le api”.

Allora apiamoci! Prendiamo esempio da questi insetti straordinari che si dividono il lavoro, rispettando il proprio ruolo con attività altamente differenziate. Questo non esclude uno scambio di informazioni continuo: le api hanno un elevato grado di autonomia e in questo senso sono, tra gli insetti, i più vicini all’uomo. Le api lavorano in gruppo, nell’interesse di una colonia e per il benessere generale, ma sono sempre attente a ciò che accade.

È stato scoperto che le api apprendono nel corso di tutta la loro vita soluzioni nuove per rendere il loro lavoro più efficiente, imitando comportamenti dei loro simili, con un senso di appartenenza alla comunità sempre in equilibrio con la loro l’individualità.

A parte il lavoro e l’organizzazione le api sanno perfettamente cosa le fa stare bene, su quali fiori soffermarsi e su quali no. E noi? Noi lo sappiamo?

La mia impressione è che noi oggi tendiamo a guardare lateralmente, come prede immobilizzate dal terrore, dimenticandoci di considerare cosa ci fa stare realmente bene.

E se invece iniziassimo a focalizzarci oltre il nostro orizzonte abituale, cosa vedremmo?

Io noto un sole che scalda la terra, la natura che gemmifica e rifiorisce nonostante tutto, l’aria che respiro a pieni polmoni, la compagnia di persone care e lo specchiarsi in anime altrettanto preziose, perché condividiamo un sentire comune.

Se punto l'attenzione fuori dall'ordinario, anche semplicemente dentro di me, riconosco che mi fa stare bene meditare, scrivere, scoprire e imparare sempre qualcosa di nuovo. Su di me, sulla vita, su di noi. Mi fa stare bene cercare e riconoscere la felicità delle piccole cose, la creatività e ogni stimolo a crescere ed espandermi. Addirittura mi sento in volo quando riconosco le convinzioni positive che nutro dentro di me, quando le scelgo consapevolmente e me ne prendo cura.

La cura è un impegno costante, è la responsabilità di come guardo. Oltre le credenze, oltre le abitudini, oltre le aspettative, non tanto per la loro influenza auto-sabotante, quanto perché voglio partecipare a una vita in divenire, dove le api non producono solo miele, ma sono parte integrante della nostra presenza su questo pianeta, grazie all’impollinazione delle piante che ci permettono di respirare.

Quindi faccio un respiro profondo e mi domando: "perché? E se invece...?". Così scelgo di guardare oltre. Meglio, avanti. Girandomi indentro (non indietro) per prendere meglio le distanze e cercare il senso di questo esistere.

Mi piace pensare che le api conoscano il senso della loro vita. Ogni mattina escono dall’alveare felici di nutrirsi e nutrire, di collaborare e sostenersi. In fondo possiamo imparare tanto da queste sentinelle dell’ambiente: la possibilità e la capacità di essere e fare qualcosa, che seppur infinitesimale ma è non per questo meno importante.

“Ogni ape porta in sé il meccanismo dell’universo: ognuna riassume il segreto del mondo”, sostiene Onfray.

La piccola ape - immortalata da mia sorella - porta davvero con la sua cestella piena di polline l'ingegno dell’universo: da soli non siamo nessuno. Insieme possiamo fare tanto. Fuori da quell’insieme la sopravvivenza è dura. Quasi impossibile. Dentro, invece, possiamo trasformanre il nostro mondo antico in un mondo aperto, solidale e amorevole.

Come? Seguendo i profumi dell’osmanto, per dimostrare che non siamo qui solo per produrre miele e proteggere la nostra presenza sulla Terra, ma per riconoscere la meraviglia della nostra esistenza.

Grati per questa primavera di rinascita.

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